L’ospite inatteso

“La morte e la vita. Ecco l’oggetto di questo libro. Collocarsi al bivio tra queste due realtà, è guardare nell’abisso senza tremare, senza lasciarsi attirare verso il basso, in modo da trovare una soluzione qualsiasi a problemi troppo grandi, troppo angosciosi. La vita può essere un’apparenza – anzi quasi sempre lo è – ma è diversa della morte. Quest’ultima è l’assenza di quella stessa apparenza, l’azzeramento di quello che viene fuori come negazione o rifiuto dell’essere. È troppo impegnativo essere e quindi ripieghiamo sull’apparire. La vita non è quindi né uniforme né necessaria. C’è gente che vive una vita da morto, una vita da cadavere e quando muore realmente neanche si accorge di quello che ha perduto. Noi non pensiamo mai che la nostra vita è una sola e che non ci sono repliche. Vivere è quindi un impegno che può accedere all’essere e può rimanere ombra nella parete della caverna dei massacri. Ognuno pensa di scegliere la propria vita, di costruire le proprie possibilità. Malgrado ogni illusione possibile ciò è vero solo in minima parte. Non c’è una vocazione biologica che ci sollecita a vivere, anzi spesso ci comportiamo istintivamente in modo esattamente contrario. Corriamo rischi quotidiani, abitudini deleterie, chiudiamo gli occhi a ogni evidenza vitale. Ma questo è un fare che conduce solo – se assegnato a un attento controllo – a costruire una macchina più duratura, forse una morta inconsapevole lunga esattamente quanto la propria vita. Non è quindi l’aspetto meramente biologico che coglie il senso della vita. Forse è proprio il contrario.

Mettendosi in gioco, anche pericolosamente – e questo libro è uno squarcio modesto del mio essermi messo in gioco – forse si accede alle condizioni della vita, si comprende il movimento intrinseco del vivere stesso.

Esco così dall’apparenza? Forse. Potrebbero essere solo concetti velleitari, in fondo occorrono mezzi a disposizione. La semplice volontà non è capace di liberarci, essa ci inchioda al fare quotidiano e il fare – per quanto spericolato sia (è un ex corridore motociclistico che scrive) – è sempre sotto il controllo della volontà. La vita è l’essere e l’essere è qualità. La qualità non si trova nel fare ma nell’agire. La vita è pertanto azione. La morte, di cui tante volte si parlerà in questo libro, è nell’azione un momento della verità, qualità primaria insieme alla libertà. Irrimediabilmente nell’azione posso incontrare la mia morte e posso determinare la morte del nemico.”

Non era difficile immaginare che uno degli ultimi libri di A. M. Bonanno, ossia L’ospite inatteso, non avrebbe suscitato grande scalpore. A prima vista sembra una carrellata di ricordi, per di più collocati lontano, nello spazio così come nel tempo.

Secondo il parere del sottoscritto, invece, pochi testi recenti possono vantarsi di una, se non vasta per lo meno profonda, gamma di spunti e di dubbi tanto interessanti.

Partendo dal presupposto, personale, che negli ultimi tempi Bonanno abbia piacevolmente ritrovato contatto con Stirner e con una visione più individualistica, questo testo non pone strade da percorrere propriamente definite, ma apre uno spaccato vitale di chi oltrepassa se stesso nell’attacco.

Il libro, partorito durante l’ultimo periodo di reclusione dell’autore in un carcere greco, è costruito su una raccolta di frammenti che ricostruiscono impressioni e rammemorazioni di esperienze di lotta che l’autore ha vissuto sulla propria pelle parecchi anni addietro, in luoghi come l’Africa, il Medio Oriente, la Grecia e l’Irlanda.

Quali che fossero le motivazioni di accostarsi a lotte tanto dissimili tra loro, Bonanno si sofferma nella riflessione su un comune denominatore: la morte. Stare a contatto con la morte, data o ricevuta.

Sembra quasi un tema estraneo agli anarchici di oggi. Quasi nessuno pensa di poter morire in situazioni di “lotta”, in pochissimi pensano davvero che si possa attaccare il nemico finanche privandolo della vita.

Più volte ho sentito come giustificazione per un “più sbirri morti” addurre il fatto che un poliziotto, un giudice, un politico, un infame, ecc. non possa essere considerato essere umano. Bonanno invece arriva ad una conclusione, triste perché vissuta sulla propria pelle, che anche il più abietto dei torturatori è uomo. Per quanto degradato a “spettro” dal proprio operato e dalla propria gestualità ridotta e parola goffa, uno sfruttatore rimane un uomo e non solo in meri termini biologici.

Da qui il dramma autentico, sperimentato ed ogni volta oltrepassato – non superato – del porre fine alla vita di un massacratore.

Riconoscendo nel nemico un uomo, per quanto e ovviamente diverso, quando si decide di attaccarlo e di presentargli l’ospite inatteso la certezza dell’ideologia va in frantumi e le giustificazioni cadono. Nei vari episodi riportati, all’arrivo dell’ospite inatteso che tramuta un torturatore in uno straccio inanimato seguono riflessioni angosciose che nascono dalla rammemorazione, monca, successiva all’azione.

Difficile parlarne in quanto proprie di un’altra persona.

Una possibile chiave interpretativa che il testo suggerisce è quella di inoltrarsi nell’azione, nell’attacco ma ponendosi nudi davanti a se stessi. L’azione è un momento che si pone fuori dallo spazio e dal tempo, dalle categorie morali e dai giudizi ideologici; non soggiace alla (auto)critica precedente e successiva.

È il momento irripetibile in cui l’individuo trancia le catene, seppure per un attimo, e sperimenta la libertà del proprio essere.

Bonanno presenta luoghi reconditi di se stesso, dove nessuna certezza è al sicuro, dove dubbi atroci non sono messi a tacere da slogan da corteo del sabato pomeriggio. In queste pagine tocca una profondità rara, senza mai mettere però in discussione la spinta ad agire ed attaccare.

Pagine preziose, da leggere per non prendere certi argomenti spinosi alla leggera e per non cadere nella banalità.

Fonte: delitto.noblogs.org

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