Ascoltare

A chi non è mai capitato di salire una scala al buio? L’azione è come quel passo che, cercando l’ultimo gradino, trova invece solo il vuoto davanti a sé.

L’azione, facendoci perdere l’equilibrio, ci parla di un’altra possibilità, ci parla di altre sensazioni, di un’altra percezione dello spazio, di un modo diverso di giocarsi la vita. Come quando il nostro ginocchio duole all’impatto inaspettato col pavimento.

Tanto per chi la compie che per chi ne percepisce i riflessi nella propria vita, l’azione si accompagna all’assenza di certezze. Per chi direttamente si confronta con essa l’azione consiste in un giocarsi la libertà e la vita per un sogno. Per chi ne incrocia soltanto il percorso l’azione permette di rendersi conto di quanto poco e superficialmente pensiamo di conoscere il circostante.

Come parlare dell’azione a distanza di molti mesi dal suo accadere? Una cronologia che risalga addietro nel tempo non rischierebbe di diventare un semplice accumulo di date e luoghi? Nell’omogeneità, anche grafica, dell’elenco non si rischierebbe forse di svilire l’unicità di chi agisce? Più tempo passa tra le singole uscite della pubblicazione, più questo problema si accentua, amplificandosi talvolta in maniera grottesca: pagine e pagine di azioni si rincorrono distruggendo nell’accostamento quantitativo i cristalli di qualità che l’azione vorrebbe proporre all’attenzione del mondo, contro il mondo. È nell’elenco che troviamo l’invito ad abbandonarci alla sensazione del vuoto? Se così fosse, non sarebbe di certo nell’anarchismo il luogo dove cercare un amore corrisposto per la massa e la quantità.

Così, occorre per forza ascoltare le parole stesse che accompagnano l’azione, talvolta chiamate lugubremente rivendicazioni — rei vindicatio reclamo di qualcosa che si considera di propria proprietà — oppure si potrebbe prestare orecchio a se stessi, interrogandosi invece sulle conseguenze che l’azione ha sul nostro modo di pensare, di vedere e percepire il mondo? Chi materialmente compie l’azione è forse l’unica fonte possibile di riflessione riguardo ad essa e, conseguentemente, non ci resta altro da fare che discutere riguardo a chi appartenga l’azione e a chi sia stato (o, ancor peggio, a chi non sia stato)? Prurigine da questura da cui non farsi contagiare.

Se l’azione è un dono, essa non può appartenere a nessuno per poter essere realmente di tutti. Che l’azione sia dono di vendetta contro l’oppressione o dono di liberazione ed invito alla rivalsa per chi l’oppressione la subisce quotidianamente, perché rinchiuderla in un possibile significato determinato? Chi vuol essere proprietario dell’azione, rivendicandola a sé nel suo spiegarla e specificarla, come può farne al contempo un granello di dubbio che vada a stuzzicare altre sensibilità? Non si rischia, a troppo voler chiarire, di cadere nell’incubo della costruzione della propria immagine pubblica, della propria identità, del proprio personaggio? Nel gettarsi in una prospettiva di liberazione totale a partire anche dal soddisfacimento del proprio desiderio di attaccare e di rifiutare la passività, senza attendere momenti storici opportuni e fantasmatiche masse, se fosse il sospeso, cioè lo sforzo di pensiero volto a cercare di ascoltare il sussurro dell’azione interpretandone il messaggio celato in essa da chi l’ha compiuta — o vedendone noi uno del tutto nuovo ed originale —, a riuscire a stimolare la selvaggia idea di poter riprodurre e moltiplicare quell’avvenimento che ci ha fatto osservare il mondo con occhi tanto differenti?

La selva dell’attacco abbisogna davvero di radure intorno alle quali, per l’appunto, radunarsi? E se invece la selva restasse impenetrabile ed intricata, incomprensibile ai botanici che cercano di individuarne e classificarne i singoli alberi avvinghiati l’uno all’altro? Cosa scaldava i cuori, cosa incuteva più timore e senso di mistero, le antiche leggende silvane o i moderni erbari pieni di foglie essiccate e conservate, scialbi simulacri dell’antica linfa che vi scorreva una volta?

Sentire qualcosa come proprio, rispecchiandosi crudamente nell’azione in se stessa, facendoci pensare che potrebbe essere stato un individuo come noi, con tutti i suoi limiti e le sue mancanze — che sentiamo anche nostre — ad averla portata a termine, non è forse un buon modo per non creare una distanza o una reverenza nei confronti di chi invece dimostra di saper usare come armi tanto le parole che i gesti?

Per questo, più che la singola rivendicazione, sarebbe bello su queste pagine ospitare le mille riflessioni sull’azione: un caleidoscopio di mille sensibilità colpite da un unico evento, piuttosto che la singolarità della rivendicazione. Possibile che le parole che accompagnano l’azione possano così restare semplici e anonimi sussurri nella selva?

Tratto da: chrysaora@autistici.org

Fonte: Finimondo

This entry was posted in Anarchia, Riflessioni. Bookmark the permalink.