Germania: Si torna sulla panchina del parco

Nella notte fra il 7 e l’ 8 luglio 2019 tre anarchici vengono fermati, perquisiti e arrestati nei pressi di una panchina in un parco di Amburgo. Gli sbirri li accusano di trasportare materiale incendiario e di voler portare a termine azioni in relazione al 2° anniversario del vertice G20 del 2017 ad Amburgo. Un compagno viene rilasciato e sottoposto a misure restrittive, gli altri due messi in custodia cautelare e tenuti in carcere per 16 mesi. Dopo quasi un anno e mezzo di manfrine processuali, il 5 novembre 2020 viene pronunciata una prima sentenza che condanna i due compagni imprigionati a 22 e 19 mesi di carcere. Il terzo a 20 mesi. Ad oggi sono tutti a piede libero. Il testo che segue è un contributo scritto dai compagni indagati subito dopo il rilascio a novembre 2020.

E alla fine ci siamo. L’udienza principale del cosiddetto “processo della Parkbank” è terminata. Dopo più di 50 giorni di udienze, il verdetto della Grande Camera Penale numero 15 presso il tribunale regionale di Amburgo, è stato pronunciato. Presumibilmente questa non sarà l’ultima volta che prenderanno parola a riguardo; potrebbe comunque volerci un po’ di tempo prima che la sentenza diventi definitiva.

Ma noi – gli anarchici appena condannati – vogliamo dire la nostra, cosa che finora non abbiamo mai fatto (pubblicamente) insieme.

Per quanto riguarda lo svolgimento del processo e delle indagini, ci saranno sicuramente più analisi altrove e in un secondo momento. Con questo scritto, infatti, vogliamo prima di tutto mettere in chiaro la nostra compattezza, la nostra gratitudine e spendere due parole sul verdetto e sulla fine provvisoria di questa odissea. Nonostante ci fossimo già espressi più volte pubblicamente dal carcere in varie occasioni e situazioni, ci siamo resi conto che ancora non avevevamo scritto nulla sulle accuse e sulla ridicola spettacolarizzazione del processo.

Questo perché il profondo rifiuto di partecipare al ruolo di imputati che ci viene imposto, ci è sembrato e ci sembra l’unico modo per preservare la dignità e l’integrità in una situazione del genere. Come anarchici rifiutiamo i tribunali per principio. Sono strumenti di applicazione del dominio.

Il silenzio non ci è risultato facile, vista l’arrogante, cinica strafottenza con cui ci siamo dovuti confrontare durante l’intero processo. È importante per noi sottolineare, tuttavia, che non siamo certamente al cospetto di logiche o realtà che sfuggono l’ordinario. L’utilizzo della custodia cautelare, spesso contornata da oscure procedure investigative, come mezzo di ricatto e pressione volto a spingere l’indagato a cooperare, è la normalità all’interno del sistema giudiziario. Non è assolutamente nostra intenzione “scandalizzare” qualcuno con simili ovvietà – non prendiamo in considerazione l’esistenza di una “corretta” giustizia.  Con questo non intendiamo dire che sia insensato menzionare e analizzare questi fenomeni propri di un’istituzione che lavora sempre nell’interesse dell’ordine dominante. Né suggeriamo di adattarsi al cospetto del cinismo di questa istituzione. Ma pensiamo che sia molto più importante trovare un modo attivo, consapevole e autodeterminato per affrontare la repressione. Non abbiamo nulla da aspettarci da loro, ma da noi stessi e dalle persone con cui lottiamo invece sì!

Siamo felici e orgogliosi di dire che ci siamo riusciti bene. Certo, avremo modo di renderci conto in seguito, durante discussioni che verranno e che finora sono state severamente limitate dal carcere, che probabilmente non rifaremmo tutto allo stesso modo – ma alla fine abbiamo lasciato la sala a testa alta e con il cuore sereno, con la consapevolezza di aver preservato la nostra integrità di anarchici.

A parte le norme giuridiche piuttosto complesse e i riti che compongono un tale processo penale, tutto funziona secondo leggi relativamente semplici – concessioni o clemenza vengono date solo in cambio del riconoscimento e dell’apprezzamento dell’autorità, dell’accettazione della punizione e del proprio pentimento.

Quello che abbiamo vissuto durante il processo principale ha dimostrato quanto tutta questa messa in scena del dominio, fatta di legni scuri, di posti a sedere sopraelevati, di assurdi rituali, di ridicole coreografie e di stupidi costumi, si basi sulla paura e sulla riverenza degli imputati. Con la nostra totale negazione del rispetto e della paura, il tribunale non ha trovato, fino all’ultimo, un modo sicuro di affrontare la situazione. Certo, l’arbiritarietà e la violenza dei governanti possono incutere timore, ma non siamo ingenui e sappiamo che alla lunga cedere ai loro ricatti non paga. Se partiamo dal fatto che la gravità della condanna non è il criterio più importante per noi, ma che lo sono invece ben altre questioni, come ad esempio rimanere fedeli a noi stessi, non lasciarsi spezzare e portare avanti il rifiuto di accettare le loro categorie imposte, pensiamo comunque che sia importante e necessario trovare un modo per affrontare le conseguenze che derivano dal nostro agire; trovarlo sia individualmente che collettivamente, tra di noi, nei nostri ambienti e insieme a tuttx i nostri compagnx. I rischi che siamo disposti a correre variano sempre, vogliamo sottolineare che non esiste una soluzione ideale o una pratica universalmente valida. La sfera del giuridico semplicemente non contempla un approccio privo di contraddizioni e compromessi. Si deve cercare di reagire collettivamente, contrastando le  pressioni e la vendetta dell’autorità offesa.

Come detto all’inizio, le nostre riflessioni e i confronti tra di noi non sono stati privi di considerazioni tattiche. Abbiamo la grande fortuna di avere al nostro fianco avvocatx abituati a mettere in chiaro le critiche, le perplessità, i rischi e a rispettare e sostenere posizioni chiare e solidali. Insieme abbiamo deciso di adottare una linea prettamente tecnico-giuridica per difenderci al processo, soprattutto perché ci siamo trovati di fronte ad accuse di pratiche cruente e ciniche e quindi di fronte al rischio di pene detentive molto lunghe. La difesa, con la sua tenacia e la sua meticolosità, non solo ha stressato e innervosito la corte, ma ha anche ottenuto notevoli concessioni. Alcune menzogne non erano più sostenibili e il costrutto accusatorio ne è uscito sostanzialmente indebolito.

Non volevamo che il quadro delineato dalle autorità fosse discusso al di là del livello strettamente tecnico del processo. Le nostre idee e noi stessi siamo troppo belli per essere messi in discussione in un posto così brutto! Inoltre, la relativizzazione e la banalizzazione ci disgustano, la linea della negazione è più che stretta, e in generale non dobbiamo a queste persone nessuna spiegazione; esse rappresentano tutto ciò che rifiutiamo. Tanto più che la spazzatura tendenziosa che gli sbirri hanno scritto su di noi era così banale e ovvia, che chiarimenti sul contenuto non erano comunque necessari. Non ci vergogniamo di essere anarchici, e di rappresentare tutto ciò che spaventa le autorità – al contrario!

Nel frattempo, è stato strano per noi assistere passivamente ai giorni del processo e lasciare che gli avvocati facessero tutto il lavoro. Ma questo ha avuto anche un piacevole effetto a livello mentale, in quanto siamo riusciti a mantenere sempre una certa distanza tra noi e il procedimento legale in sé. Inoltre, spesso abbiamo avuto l’impressione di non essere noi, bensì le autorità ad essere sedute sul banco degli imputati. Durante le udienze, l’evidente ed eccessiva pressione della corte, così come l’irritabilità molto poco professionale del procuratore capo Schakau, non hanno fatto mancare di certo momenti di comicità e di soddisfazione. Infine, ma non meno importante, abbiamo sempre avuto i nostrx compagnx al nostro fianco nel vero senso della parola. Soprattutto per quelli di noi in custodia, i giorni del processo, nonostante l’assurdo spettacolo, sono stati momenti, segnati dalla solidarietà e dal calore, che abbiamo aspettato sempre con ansia, per quanto siano stati estenuanti.

Abbiamo imparato molto in questo anno e mezzo. Molte cose che saranno d’aiuto a noi e agli altri compagni in armi nelle nostre lotte sociali rivoluzionarie. Questo ci rende più forti e un po’ più coscienti nel conflitto contro l’oppressione e lo sfruttamento organizzato dello Stato. Non vediamo l’ora di condividere le nostre esperienze e quelle di tutti i compagnx che hanno continuato a portare avanti le lotte all’esterno, per crescere insieme. Abbiamo visto quanta forza è racchiusa in tutte le relazioni solidali che sono state sviluppate e nutrite nel corso degli anni. Siamo anche orgogliosi delle nostre famiglie che ascoltano i loro cuori, che stanno sempre al nostro fianco e credono in noi e non di certo alle bugie degli sbirri. Abbiamo visto e sentito, con grande soddisfazione, come la solidarietà rivoluzionaria abbia preso forma attraverso molte azioni dirette contro le guardie, contro i profittatori delle carceri, contro gli squali dell’immobiliare e contro altre espressioni di sfruttamento dello Stato e del capitalismo, rendendo il loro attacco repressivo, il nostro arresto, una farsa. Questo aspetto è importante perché colpisce diversi punti centrali di tutta questa storia. Eravamo sotto processo in quanto parte “rappresentativa” di lotte sociali le cui espressioni comprendono azioni dirette, attacchi e sabotaggi contro i meccanismi e i responsabili della  miseria sociale. Questa accusa deve essere respinta e rispedita al mittente, proprio lì dove sussistono questi conflitti. La vostra repressione non pacificherà né soffocherà questi conflitti, aumenterà solo la tensione sociale.

In questo anno e mezzo si sono susseguiti così tanti eventi a livello globale, e anche locale, che potremmo stare giorni ad elencarli tutti. Molte rivolte sociali e sommosse hanno sfidato e contrastato l’esistente e il sistema dominante in tutto il mondo. Come ad esempio la rivolta durata per mesi in Cile, quella di Hong Kong, le rivolte carcerarie durante l’inizio della pandemia, esplose in molti paesi del mondo, in particolare quelle in Italia. Di contro, anche i nemici della libertà, la reazione, hanno purtroppo guadagnato terreno. Omicidi razzisti e attacchi nazi, antisemiti e patriarcali si sono susseguiti ad Halle e Hanau e in altri luoghi. A cadenza mensile, sono stati scoperti depositi di munizioni e di armi presso i membri dell’esercito e della polizia. I legami tra la destra fascista e gli apparati di sicurezza, così come la minaccia che rappresentano, sono ben noti. Le istituzioni razziste e fasciste non dissimulano più, hanno mostrato apertamente la loro faccia. Naturalmente questo stato di cose è minaccioso e inquietante, anche se non sorprende. Siamo stati incoraggiati dalle organizzazioni indipendenti dei famigliari delle vittime del terrore di destra, che si sono opposte e continuano ad opporsi dignitosamente a queste condizioni insopportabili, ai fascisti e alla marrone massa melmosa delle varie autorità. Restiamo al loro fianco! Le lotte antirazziste e anticoloniali in tutto il mondo, nonostante la pervasiva pandemia di Coronavirus, sono riuscite ad inviare segnali importanti e a far progredire il percorso per porre fine alle condizioni in essere.

Non vediamo l’ora di tornare nelle strade, senza muri, sbarre e vetri a dividerci, e combattere di nuovo fianco a fianco.

Per la rivoluzione sociale!
Per l’anarchia!
Libertà per tuttx!

Testo tradotto dal n. 78 del giornale anarchico “Zündlumpen”

Pubblicato in italiano da: malacoda.noblogs.org

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