Trentino: “Fianco a fianco” in solidarietà a Juan

Fianco a Fianco

Sul processo a Juan e sul perché non lo lasceremo solo

In questi mesi a Treviso si sta celebrando un processo a carico di un nostro amico e compagno, Juan Sorroche, accusato di aver posizionato due ordigni – di cui uno inesploso – presso la sede della Lega di Villorba nell’agosto 2018.

Lotte, repressione, e la scelta della latitanza

Juan, compagno anarchico spagnolo che per anni ha vissuto in Trentino, è stato arrestato il 22 maggio 2019 in provincia di Brescia, dopo oltre due anni di latitanza. Si era reso irreperibile per sfuggire ad un cumulo di pena di circa otto anni, in seguito a vari processi legati alle lotte a cui aveva preso parte, in Trentino come in Valsusa, contro il devastante progetto del Treno ad Alta Velocità. In particolare, Juan era stato tra i molti arrestati per la giornata di lotta del tre luglio 2011 attorno al cantiere militarizzato di Chiomonte, quando decine di migliaia di persone assediarono la polizia e tentarono di riconquistare l’area in cui, fino al violento sgombero della settimana precedente, si trovava la Libera Repubblica della Maddalena, esperimento di resistenza e vita collettiva sui terreni su cui incombeva il progetto del tunnel esplorativo per l’Alta Velocità. Nel processo che ne seguì, Juan, insieme ad altri compagni, rivendicò a testa alta la partecipazione a quella giornata di lotta e ai percorsi di opposizione al Tav in generale, rifiutò la difesa ritenendo di non avere proprio niente da cui doversi “difendere”, e venne per questo condannato a quattro anni.

L’accusa di strage

Quando, a maggio 2019, Juan viene arrestato insieme ad un altro compagno, Manu – accusato insieme ad una compagna di averne favorito la latitanza –, e diverse case vengono perquisite, si viene a conoscenza di una nuova indagine che lo vede accusato di “attentato con finalità di terrorismo” (art. 280 c.p.) e “strage” (art. 285 c.p.) per l’azione contro la sede provinciale della Lega di Treviso avvenuto ad agosto 2018, rivendicata dalla “Cellula Haris Hatzimihelakis / Internazionale Nera (1881 – 2018)”.

Secondo la ricostruzione della Procura di Treviso, a Villorba, nella notte tra l’11 e il 12 agosto 2018, viene posizionato un ordigno di fronte alla porta posteriore della sede della Lega e un altro sotto la scala esterna per accedervi. Secondo questa narrazione, lungo la scala era stato disposto un filo di traverso, che una volta urtato avrebbe attivato l’innesco del secondo ordigno. La scala era stata “recintata” con del nastro bianco e rosso da cantiere e nei paraggi erano stati lasciati una trentina di fogli con la scritta “bomba”, evidentemente per evitare che qualcuno potesse inavvertitamente innescare l’ordigno. Il primo ordigno esplode nella notte, mentre il secondo rimane inesploso.

Il reato di strage non prevede la possibilità del tentativo, cioè non esiste il reato di tentata strage. Perché vi sia una strage il codice penale richiede che venga potenzialmente colpito un numero indeterminato di persone, non individuabili a priori, con l’obiettivo di ucciderle. Per questo reato è prevista la pena dell’ergastolo.

L’accusa di strage è particolarmente infamante. Piazza Fontana a Milano, piazza Loggia a Brescia, la stazione di Bologna, sono solo alcune delle stragi commesse dallo Stato, che hanno portato alla morte di centinaia di persone nel quadro di una strategia volta a stroncare una stagione di lotte.

Mentre la violenza dello Stato colpisce nel mucchio, la violenza rivoluzionaria non è mai indiscriminata, ha obiettivi chiari e responsabili ben precisi a cui chiedere conto. Per colmare possibili amnesie è utile ricordare il periodo e il contesto in cui si inserisce l’azione a Villorba. Matteo Salvini era appena stato nominato Ministro dell’Interno, al culmine di una campagna elettorale permanente tutta giocata su una costante istigazione all’odio razziale. L’esordio della politica dei “porti chiusi” aveva reso sempre più complicate le operazioni di salvataggio in mare, aumentando in maniera esponenziale il numero di morti nel Mediterraneo, che già si contavano a migliaia e per le quali forse risulta più appropriata la definizione di “strage”. Inoltre emergevano sempre più testimonianze delle torture subite dai migranti nei lager libici direttamente finanziati dallo Stato italiano.

Terrorismo e carcere speciale

Juan si trova ora rinchiuso nel carcere di Terni, nel circuito speciale denominato “Alta Sicurezza”, dedicato ad accusati o condannati per terrorismo e criminalità organizzata, con l’impossibilità di avere rapporti con detenuti di altre sezioni. Nel carcere di Terni si trova anche una sezione di 41bis: solo 2 ore d’aria al giorno in massimo 4 persone, ma spesso da soli, in un passeggio chiuso da una rete metallica; 22 ore chiusi in cella; “bocche di lupo” alle finestre, che impediscono di vedere all’esterno; posta censurata; limitazioni ai colloqui, al numero di libri e agli oggetti che è possibile tenere in cella.

Questo regime disumano discende dalle sezioni di isolamento totale usate alla fine degli anni Settanta per stroncare l’ondata di conflitto sociale e autorganizzazione proletaria (anche armata) che aveva sovvertito radicalmente i rapporti di forza tra le classi nel decennio precedente.

La presenza di sezioni di “carcere duro” influenza la gestione di tutto il resto del carcere. Del resto, il Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Cafiero de Raho, si è espresso a favore di un’estensione dell’applicazione del 41bis anche ai semplici indagati con accuse di terrorismo o criminalità organizzata.

Nata come pratica per imputati classificati come particolarmente pericolosi, la videoconferenza è stata estesa ampiamente anche in seguito all’epidemia di Covid 19. In questo modo, lo Stato elimina anche la mera presenza fisica dell’imputato in tribunale: una pesantissima limitazione della possibilità di organizzare la difesa, di interloquire con l’avvocato, di rilasciare dichiarazioni e in generale di intervenire attivamente nel processo, basti pensare che il giudice con un semplice click può interrompere la comunicazione con l’aula. Questo ha poi ovviamente delle ripercussioni sugli esiti del processo.

Non solo: durante un’udienza Juan è stato portato a seguire la videoconferenza proprio in 41bis. Un esempio dell’utilizzo estensivo del regime di isolamento totale a cui ci riferivamo prima, che non ha riguardato solo lui, ma anche altri detenuti.

A queste restrizioni, e sempre nella direzione di un inasprimento dell’isolamento, si aggiunge anche il reiterato rifiuto, protrattosi per più di un anno, di concedergli i colloqui con la sua compagna.

L’indagine e il processo. La cosiddetta prova del DNA

Nell’indagine che ha portato all’arresto di Juan le intercettazioni telefoniche ed ambientali sono state utilizzate in maniera estensiva e costante: non solo nei confronti degli indagati, ma anche di tutti quelli che ne compongono il contesto relazionale: amici, coinquilini, affetti.

Tra le “prove” raccolte a carico di Juan, ci sarebbe quella del DNA. Generalmente, questa viene considerata una “prova regina”, il che significa che in sua presenza la dimostrazione della colpevolezza passa, per usare un eufemismo, in secondo piano (banalmente, la ricostruzione di come possa essere finito lì il materiale biologico di quella persona).

La prova del DNA è di natura probabilistica, nel senso che è spesso sufficiente che il profilo genetico trovato sulla scena del fatto e quello della persona indagata siano in parte coincidenti. Di frequente il perito non può spingersi oltre all’affermare che “non è possibile escludere che i due profili trovati siano della stessa persona”. Un po’ poco, non vi pare?

Il profilo genetico risultante dal materiale biologico trovato vicino alla sede della Lega di Villorba (da cui sono stati isolati i profili genetici di ben 8 persone diverse!) è stato comparato con un profilo genetico estratto da materiale biologico inizialmente giudicato insufficiente per compiere un paragone che potesse reggere minimamente a giudizio. Magicamente, dopo la chiusura delle indagini, il materiale biologico è diventato sufficiente.

Ciò nonostante, Juan è stato sottoposto in carcere al prelievo coatto di materiale biologico, pratica ormai diffusa e ad oggi legale (dopo anni di prelievi “illeciti” sui detenuti), sia per motivi d’indagine che per una più generale grottesca esigenza di schedatura genetica dell’intera popolazione carceraria. Non paghi, gli inquirenti hanno successivamente prelevato altro materiale. Dato che ogni volta che viene analizzato, il materiale biologico viene distrutto, a una mente smaliziata potrebbe sembrare che le analisi siano state ripetute fino ad ottenere i risultati voluti.

Nell’ultimo periodo lo Stato ha mostrato anche ai più distratti che cos’è la giustizia che si amministra nei tribunali. I vertici di Autostrade per l’Italia, che hanno lasciato consapevolmente crollare un ponte – causando una strage – pur di non limitare i propri profitti, sono a casa loro mentre aspettano il processo. I vertici delle Ferrovie, che a Viareggio hanno provocato una strage con 32 morti per aver tagliato i fondi destinati ai sistemi di protezione, hanno visto i loro crimini cancellati o prescritti dalla Corte di Cassazione. Intanto si processa per “strage” qualcuno che è accusato di aver attaccato una sede della Lega!

«E ancora ho veduto sotto il sole / Il crimine essere il tribunale … Giusti aver paga di colpevoli / Colpevoli aver premio di giusti», si legge in un libro della Bibbia (l’Ecclesiaste), scritto nel III secolo a.C., a riprova di quanto antica sia la consapevolezza che giustizia e potere sono potenze nemiche.

Per questo non bisogna mai confondere ciò che è giusto e ciò che è legale, l’etica e il giudizio dello Stato. Quando non si capisce più la differenza, non c’è limite alle sciagure che i potenti possono rovesciare sulla società. Basta vedere cosa sono diventate le condizioni di lavoro da quando la gente ha smesso di lottare. Precarietà, licenziamenti, ricatti, sfruttamento: è tutto legale. La legge la stabilisce il più forte.

Cosa fa un essere senziente quando non vuole più ignorare l’ingiustizia, quando non vuole più girarsi dall’altra parte? Agisce, anche contro la legge. Come hanno sempre fatto le ribelli, i partigiani, i solidali.

Ecco perché non c’interessa sapere chi ha compiuto il gesto di Villorba.

Ciò di cui siamo certi non ha bisogno di avvocati o di periti.

Nessun tribunale potrà mai trasformare un’azione ben precisa e discriminata in una “strage”. Nessuna Corte potrà mai cancellare il razzismo assassino della Lega. Nessuna sentenza farà mai di Juan un “terrorista”. Terrorista è lo Stato, non chi contro potere e sfruttamento si è sempre battuto.

Anarchiche e anarchici

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