Agustín García Calvo – Contro il progresso. Contro il futuro

Dall’agosto del 2001, in poco meno di vent’anni istrixistrix lascia sul terreno il suo CENTESIMO OPUSCOLO!

Si tratta di due testi del compianto Agustín García Calvo (Zamora, 15 ottobre 1926 – Zamora, 1 novembre 2012), pensatore anarchico spagnolo.

Il primo dei due testi, “Contro il progresso”, fu pubblicato in esilio sul giornale Fronte Libertario (Parigi, febbraio 1971).

Invece “Sermone contro il Futuro” è la trascrizione di un suo intervento durante un’iniziativa del gruppo “in difesa del treno”, Salamanca, 28 maggio 2000.

Edito da istrixistrix nel novembre 2020.

Agustín García Calvo – Contro il progresso. Contro il futuro.

A quanto pare, l’idea di progresso ormai ce la impongono tutti: non solo la gente dell’ordine, ma anche quelli che vor­rebbero stare alla sinistra del Padrone, tutti credono che l’u­manità stia in un certo senso avanzando su una strada e verso un futuro. E di conseguenza, per tutti quelli che lottano per il bene dell’umanità, o anche per il proprio, che sia un dovere essere progressista: di questo si tratta, collaborare per l’avven­to del futuro, non restare indietro nella marcia del tempo, non rimanere sottosviluppati. Progredire, che diavolo, svilup­parsi come Dio comanda, e progredire ognuno, oppure gli affari o la nazione di qualcuno o l’umanità intera, ma ad ogni modo, progredire.

Il regno di questa fede si è esteso così tanto, credo, per col­pa della grande velocità che ha preso la Storia in questi ultimi tempi, e a radicali,1 rivoluzionari, libertari e via dicendo, non ha dato il tempo di porsi all’altezza delle circostanze. Il punto è che, in effetti, da almeno un secolo e come minimo in molti luoghi la gente dell’ordine era, quasi per sua natura, conserva­trice, nemica delle novità, sempre alla ricerca di mantenere la situazione così com’era, sempre in difesa del vecchio di fronte ai pericoli del cambiamento. Quindi, chiaramente, a quelli che volevano mostrarsi come rivoluzionari ed essere contro, logicamente non restava altra soluzione che essere innovatori, progressisti, guardare al futuro, dato che gli altri parevano guardare al passato.

Oggi, però, è già parecchio tempo che le destre, per forza di cose, sono diventate dappertutto (nonostante permangano rimasugli di anacronistici conservatori) dinamiche e franca­mente progressiste: sono diventate dinamiche e progressiste anche nelle forme più estreme e morbose, che di solito chia­miamo fasciste (chi fu mai più progressista, chi mai realizzò più innovazioni, chi fu più credente nel destino e nel futuro salvifico, di quelli che crearono i missili intercontinentali2 e bonificarono le zone paludose di Roma), ma anche dinami­che e progressiste nelle loro forme liberali e democratiche, laddove l’ideale dell’innalzamento del livello di vita e della conquista delle tappe successive del cammino della storia sono il ritornello anche dei politici più reazionari; possono esserci differenze nei dettagli degli ideali oppure nei modi in cui procedere per perseguirli, però ormai nessuno avrebbe il coraggio di presentarsi con idee immobiliste e conservatrici. E le forme più recenti di potere che trionfano ovunque, quali sono se non le più moderne, avanzate, progressiste e dinami­che di tutte? Le sue armi sono la statistica, l’amministrazione razionale, il computer, eccetera; il livello di vita, la conquista dello spazio, lo sviluppo dell’industria, le autostrade, la tele­visione a colori eccetera, sono le sue mete.

E, nonostante tutto, i compagni continuano a pensare di poter anch’essi continuare a credere nelle stesse cose in cui credono i padroni, entrano perfino in competizione con i pa­droni in chi è più progressista o in chi possiede il progressi­smo veramente più progressista; e non mi riferisco soltanto ai vecchi aderenti al socialismo o ai diversi partiti comunisti (perché in questo caso d’altronde la cosa è chiara, e la stessa coesistenza pacifica tra democrazie socialiste e liberali si basa su questa fede comune e sulla competizione per chi ha il mi­glior progresso), ma anche a molti di quelli che preferiscono chiamarsi anarchici o libertari. È come se la differenza stesse nel modo che hanno gli uni e gli altri di immaginare il fu­turo e, di conseguenza, nei mezzi più o meno rivoluzionari che suggeriscono per raggiungere questo futuro, ma ad ogni modo ciò di cui si tratta è lottare per il futuro migliore dell’u­manità.

Bene, a questo punto perciò vi dico e vi ricordo che è un’il­lusione funesta: che con quelli che comandano il popolo non si può essere d’accordo su nulla – non si può stare contro il potere e al tempo stesso condividere una delle idee che il potere sostiene e che sostengono il potere. Il concetto di pro­gresso non solo non è innocente né neutro, ma oggi è una delle armi e trappole più temibili del potere di fronte alle rivendicazioni del popolo, ovvero dei miserabili della terra. A costoro può mancare il pane, ma non è “pane” quello che gridano quando si sollevano contro il potere (ancora meno, “automobili” o “televisori”), ma il loro grido continua a essere “Libertà”! E tra questo contro-concetto o contraddizione tra la “libertà” e il concetto di “progresso” non esiste alcuna pos­sibile amicizia né compromesso.

Di questo potrei ragionare in modo molto più esteso, se ci fosse più spazio per farlo, ovvero potrei continuare a dar ragione a ciò che il cuore vi dice chiaramente quando vi sba­razzate delle ideologie con cui ogni giorno vi schiaccia la pro­paganda dello Stato e dei suoi servitori; tuttavia mi basta, per portare a termine l’argomento, invitarvi a fare un paio di considerazioni:

– La prima, metafisica. Ovvero, che c’è una profonda con­traddizione sul nascere tra l’idea stessa di futuro (che è uguale all’idea di tempo) e l’intento di negare il potere, che lo si chiami rivoluzionario o libertario o come vi pare: il grido di libertà è contrario all’idea stessa di futuro. Se si parla di fu­turo, si sta cercando di conoscere ciò che ci attende e ciò che noi ci aspettiamo; perché parlarsi significa parlare delle cose che si conoscono. Invece, chi dice che conosciamo il futuro, le sue mete, le sue strade e i mezzi per raggiungerlo, inten­de che lo stiamo riducendo a essere sostanzialmente la stessa cosa di ciò che già stiamo conoscendo e patendo, a essere la continuazione dello stesso di sempre. E se siamo contro a ciò che conosciamo e patiamo, come possiamo voler parlare del suo futuro? Il suo futuro fa parte di esso. Detto in altri termi­ni: quando si dice che è questo lo Stato in cui la gente vive e in cui è oppressa e schiavizzata dal potere, bisogna intendere che lo sono parimenti i suoi immaginari e i suoi progetti. E qualunque futuro in cui crediamo a partire da questo mondo di schiavitù dovrà necessariamente essere, già a partire dalla nostra stessa credenza, un futuro schiavo; un cambiamento del volto del Padrone per continuare a essere lo stesso e man­tenere dinamicamente il suo dominio.

– La seconda, storica. La semplice osservazione di alcuni fatti che abbiamo di fronte agli occhi: se prendiamo in consi­derazione le trappole del progresso, le promesse di comfort, i mezzi per facilitare la vita e aiutare a godersela, noteremo su­bito una differenza tra i più antichi di questi, come ad esem­pio il treno, il servizio di poste e telegrafi, il riscaldamento dell’acqua, le officine meccaniche o le gru, e quelli più recen­ti, come l’automobile individuale, la televisione, il cemento armato, i satelliti artificiali. I primi si possono ancora perce­pire, anche se con molti dubbi, come realmente utili per fare in parte quello che dicono, per facilitare un poco la vita, per liberare un po’ di pene, fatiche e preoccupazioni, per aiutare un po’ a godere delle altre cose; rispetto ai secondi, che per quanto li si possa guardare serenamente e senza prendere per sentimenti nostri gli argomenti della propaganda, non c’è al­cun dubbio che non servono a niente di tutto ciò, ma esat­tamente al contrario: ad aumentare gli oneri, creare maggio­ri difficoltà, allontanare i godimenti. Ebbene, che vuol dire questo? Si potrebbe dire che è abbastanza chiaro: che nella misura in cui il progresso ha portato avanti i suoi risultati e consolidato i suoi ideali, si è dimostrato un elemento di op­pressione e di schiavitù; che, nella misura in cui il progresso progrediva, rivelava la verità della sua menzogna.

Tuttavia, per l’inerzia stessa della Storia, il dominio di que­sto ideale funesto sembra essere così tanto saldo e radicato, perfino tra quelli stessi che sono innamorati della libertà, che sicuramente molti di voi esiteranno a prendere questo ser­mone sul serio. E questo nonostante il fatto che voi abbiate l’esempio, in Nordamerica o in Europa, di tutte queste bande di giovani che, in un modo o nell’altro, hanno ragione a rifiu­tare con le proprie vite alcuni aspetti di questo ideale e le sue materializzazioni.

Sarà bellissimo quel giorno, bellissima quella notte, in cui scoppieranno attentati incendiari contro automobili private, contro l’asfalto delle autostrade e dei complessi residenziali, contro le antenne televisive sui tetti. E che tra le fiamme di questi attentati contro i simboli del progresso si possano leg­gere alcune parole chiare che spieghino alle greggi metropo­litane come questi attentati, per il fatto stesso di non essere diretti contro le figure tradizionali del potere, bensì contro le sue forme più progredite con cui si impone nella vita, sono diretti al cuore di un potere che ha messo il progresso nel suo cuore. Nel frattempo, mi dovrò accontentare di invitare i lettori, tramite queste parole stampate, a pronunciare con me alcuni “muoia” come i seguenti:

MUOIA L’AUTOMOBILE!

MUOIA LA TELEVISIONE!

MUOIA IL FUTURO!

MUOIA IL TEMPO!

E comunque, se per caso tu che stai leggendo sei preoccu­pato per quel che leggi, e mi chiedi inquieto che ne sarà del tuo futuro e del futuro dei tuoi nipoti; e che, dunque, a volte pensi non sia male questa storia di ribellarsi contro il progres­so, però… cosa faremo dopo? Che va bene distruggere, ma che in ogni caso bisognerà vedere come vivrà la gente, per farla breve come si costruirà il regno del futuro…? Per questo non mi viene da risponderti altro che quanto segue: che se tu sei anarchico, mia nonna si chiamava Acrazia.

A. García

NOTE

L’autore adopera l’espressione las gentes de la cáscara amarga, lette­ralmente “gente dalla buccia amara”, che tra Ottocento e Novecento era usata dai conservatori per designare liberali e progressisti, rossi e repub­blicani, e in seguito anarchici, comunisti e socialisti. [N.d.T.]

I progenitori dei missili intercontinentali, Intercontinental Ballistic Missile in grado di lanciare testate nucleari a lunghissima gittata (più di 5.500 km) sviluppati a partire dalla fine degli anni ’50 da URSS e USA, sono le cosiddette “armi da rappresaglia” (Vergeltungswaffe) create dall’ingegnere nazista Wernher von Braun, in particolare il missile V-2. Durante la seconda guerra mondiale la Germania ne lanciò oltre 3.000. [N.d.T.]

SERMONE CONTRO IL FUTURO

È abbastanza difficile fare un sermone tra voi che siete rimasti all’incontro, difficoltà che nasce quando si tratta di predicare a chi è già convinto in partenza. Ciò rende la cosa sempre un po’ dura. Uno si sente ben più motivato quando si tratta di un pubblico di gente molto più apertamente devota alla politica dei mezzi di trasporto inutili, dell’Auto, gente che non solo possiede un’auto ma che per di più è disposta a giustificare il fatto di averla; al contrario, si suppone che voi che siete qui, siete già d’accordo, almeno d’accordo di cuo­re, dato che la politica dei trasporti che stiamo subendo non è una politica con cui si possa essere d’accordo dal basso. Una cosa è essere d’accordo di cuore, un’altra è che dopo le proposte e i ragionamenti si possa non essere tanto d’accordo; però, ad ogni modo, sentirmi tra persone più o meno convinte nella sostanza, mi rende difficile lanciarvi questo piccolo sermone.

Ciò che voglio dirvi in sostanza, e in parte va contro le conclu­sioni e le richieste che vedo qui attorno, è qualcosa di più astratto, una questione politica più generale in cui entra anche quella della ferrovia. Fondamentalmente è un pregón* contro il Futuro.

Ovvero mi sto rivolgendo, tra voi ed eventualmente altri che po­tranno ascoltare queste parole, non a chi pretende essere realista e pratico, come si suol dire, ma a quelli che non credono, o per lo meno non credono molto, a questa faccenda del realista, del pratico. Il mio sermone consiste in sostanza nel ricordarvi cosa vuol dire es­sere realisti e perciò, in questo ambito della ferrovia come di molte altre cose, lottare, rivendicare un Futuro, il futuro di Zamora, il fu­turo di Salamanca, il futuro della regione, il futuro della Spagna, il futuro dell’Umanità.

* Bando, proclama; discorso, conferenza.

Lottare per un Futuro, rivendicare un Futuro, significa darlo per scontato. È questo che si intende per realista; e in effetti, sembra e si può constatare continuamente che le persone che nei loro progetti, richieste, aspirazioni sono realiste, riconoscono un Futuro in cui bi­sogna entrare, e hanno successo. Hanno ovviamente un successo più scontato di quelli che non adottano questo approccio. È la questione, direi quasi il dilemma politico, in cui vorrei portarvi.

Effettivamente, contare su un Futuro garantisce all’impresa un cer­to esito: dato che si conosce più o meno il Futuro, si tratta di inte­grarsi in esso, di integrare a esso l’impresa, la comunità in questione o altro. Per tanto di fronte a questa politica, che è quella abituale, è utile sapere cos’è che si vuole ottenere quando uno diventa realista e dunque si adatta a un Futuro previamente preconfezionato, già conosciuto.

Ci tengo a ricordarvelo con alcuni disegni. Cercare di rivendicare un Futuro per la ferrovia, che sia di questo tipo o di un altro, per Za­mora, per Salamanca, per la Spagna eccetera, significa contare su un Futuro in cui ci siano – e sono qui disegnate – cose come le seguenti: è un Futuro in cui, in primo luogo, c’è l’Automobile Personale, e dato che in questo Futuro c’è l’Automobile Personale assieme a lei, tenendosi per mano, ci sono i camion che trasportano le merci in file notturne che tutti conoscete, gli autobus, non i tram, ma autobus urbani e suburbani, i bus turistici e tutto ciò che l’Automobile Per­sonale si porta appresso. Di modo che questa è una delle cose che ci sono in questo Futuro. E come c’è questa, in tale Futuro pertanto ci sono le reti di strade asfaltate chiamate alternativamente Autostrade, Superstrade o dir si voglia, che vengono progettate più e più volte e sono continuamente in riparazione, dato che sono strutture che si rovinano a gran velocità e che devono essere continuamente riparate. In questo Futuro ci sono città chiamate città ma che non lo sono più, che consistono in conglomerati urbani con strade definite impropria­mente strade, aperte in modo che permettano la circolazione dei ben noti veicoli, con più o meno traffico, più o meno incurabile di quello che già conosciamo. In questo Futuro ci sono anche queste cose.

In questo Futuro, dunque, c’è la creazione di Posti di Lavoro e la politica di cui vivono i politici, quella della “Disoccupazione” rispet­to alla “creazione di Posti di Lavoro”; perché anche se non c’è biso­gno di spiegarlo in modo dettagliato, ciò è legato all’Auto, vale a dire all’imposizione di mezzi di trasporto inutili. Perciò, in questo Futuro c’è il Denaro, c’è il Capitale che si muove dall’alto, sopra le vostre teste, come più o meno si muove oggi, visto che anche la questione del Lavoro inutile e l’imposizione di mezzi di trasporto negativi sono qualcosa di necessariamente legato al movimento del Capitale così come lo conosciamo.

Chiaramente in questo Futuro su cui fanno affidamento le Banche e i Finanziatori, il Capitale continuerà a muoversi sostanzialmente come si muove oggi, con tutte le conseguenze che ne derivano.

In questo Futuro perciò ci sono molte altre istituzioni che sono inseparabili da questa imposizione dell’Automobile e dei mezzi di trasporto inutili; c’è la Televisione stessa, che non potrà vivere senza l’Automobile, proprio come l’Automobile non potrà vivere senza la Televisione. Ciò è abbastanza evidente per chiunque. Per tanto con la Televisione continua a esserci questa forma di vedere la vita come un’alternativa tra Lavoro e Svago, tra mesi di Lavoro e mesi di Va­canza, e tutto il reso della storia che conoscete molto bene. Tutto ciò continuerà a essere così, identico; è già presente nel Futuro fin dal momento in cui crediamo in esso.

Non continuerò a fare l’elenco di altre cose, però è questo il Futuro per cui si combatte se vi viene in mente di lottare per un Futuro. Di modo che qualunque politica o movimento dal basso che cerca di essere realista (e ho il timore che le vostre conclusioni siano piuttosto realiste) implica senza dubbio tutto ciò: implica che si sta lottando per collocare la ferrovia in un Futuro che si sa già quale sia.

Da qui, la facilità con cui si cade, anche da quaggiù, in questo errore fondamentale di rivolgere i reclami verso l’Alto, vale a dire ignorare che qualunque forma di governo nel Regime del Benessere, il Regime che oggi stiamo subendo, è legata indissolubilmente al Capitale come vi ho appena ricordato; quindi se si sollevano le braccia verso questo cielo, si sa già verso chi si sta allungando le mani, cioè verso uno Stato che è precisamente uno Stato nel senso in cui lo stiamo subendo oggi, e in nessun altro senso nuovo.

Levare le braccia al cielo è un errore per qualsiasi rivolta, ribellione, movimento dal basso; è un errore elementare eppure ci si cade di continuo. L’unica cosa che si può fare con un governo, che sia statale oppure autonomista o municipale o cose del genere, l’unica cosa che si può fare dal basso è dargli fastidio, muovergli guerra con qualun­que pretesto; si può sempre fare ad esempio con il pretesto della ferrovia, o con un qualunque sotterfugio legato alla ferrovia, però che si sappia che non gli si può chiedere nulla. Al Potere non si può chiedere nulla, magari gli si può muovere guerra ma non gli si può chiedere nulla, perché il Potere non può concedere nulla che non sia questo Futuro di cui ho appena parlato; non può dare nient’altro. Per cui anche questo fa parte del realismo che sto combattendo, an­che questa richiesta verso l’Alto.

Questo è in pratica quello che forse, pur essendo abbastanza evi­dente, voi non percepite o non capite e che vorrei ricordarvi. Perciò, la politica di questo movimento, questo che ha cominciato a evol­versi tra di noi, da quando una quindicina di anni fa furono chiuse soprattutto la Vía de la Plata e qualche altra linea ferroviaria simile, e gli stessi ferrovieri cominciarono a fare rivendicazioni e fu crea­to un coordinamento in seguito a queste chiusure, che dopo essersi chiamato coordinamento negli anni diventò una piattaforma come questa che ha convocato questa riunione, eccetera; dicevo, questo movimento, di cui sono contento, è un movimento che dovrebbe mantenere il suo carattere essenzialmente negativo, e non pretendere di essere realista: perché essere realista significa correre il rischio di avere successo come si intende abitualmente, ovvero, ottenere ciò che è già stato ottenuto, collaborare dunque con il Capitale e con il Potere. Questa negazione, questa distruzione dell’idea di essere con­creto e realista, mi sembra una cosa fondamentale.

Perciò non resta altro da aggiungere che questo: uno si chiede come questi orientamenti politici così generali, così verso l’alto, chein questo caso vi ricordo hanno a che fare con questa lotta imme­diata per la ferrovia, che in realtà, come vi sto dicendo, è una lotta contro l’Automobile e tutto ciò che la accompagna, insomma una lotta contro i mezzi di trasporto inutili imposti dall’Alto per pure necessità del Capitale e degli Stati che lo sostengono. Questo con­viene ricordarlo, sentirlo più che ricordarlo, sentire che tutta questa imposizione di mezzi di trasporto negativi non proviene da necessità alcuna, né della terra né delle persone, ma obbedisce semplicemente a delle necessità di una forma di Capitale, di una forma di Stato che sono quelle a cui siamo sottomessi, niente più; cosicché non obbe­disce a nessun’altra necessità e non è per nulla inevitabile. Ma ad ogni modo, come si collega tutto ciò con questa attività a cui vi state dedicando, e a cui continuerete a dedicarvi, con questa lotta molto concreta e immediata per una questione quale la riapertura di linee chiuse senza nessuna reale necessità, parte di questa guerra contro i mezzi di trasporto inutili? Beh, comunque si collega.

Ciò che vi devo dire è che, senza dubbio nessuna lotta può servire a niente se non tiene conto di ciò che penetra più a fondo e che ha questo carattere generale di cui vi parlavo. Non serve a niente una lotta che si perderà per non aver saputo riconoscere cosa vuol dire realismo, cosa vuol dire sottomissione a un Futuro. Però d’altra par­te questa lotta si realizza soltanto con motivazioni molto concrete, molto immediate: è per questo che oggi sono qui tra di voi. E allora cerco di portare la questione dal più profondo, dal generale fino al più palpabile e concreto, che vanno sempre a braccetto.

Questa lotta per la ferrovia non deve inserirsi in un progetto di un tipo o di un altro, ma – proprio per il fatto di essere così piccola, immediata come lo è una lotta per i mezzi di trasporto utili – dimo­strare di essere un approccio politico più generale della gente contro il Potere. Questa lotta potrebbe manifestarsi in qualunque dettaglio insignificante. Non rimane che scegliere i dettagli.

Evidentemente, molti di voi senza accorgervene, avete scelto que­sta lotta concreta per motivi più profondi di quanto forse ognuno di voi crede. Questa da molti anni è stata anche la mia avventura, da quando anni fa i primi ferrovieri si opposero e mi fecero l’onore di nominarmi presidente di quel coordinamento; ed effettivamente credo sia un aspetto giusto e azzeccato: vale a dire che, se si ottiene qualcosa contro la politica che impone mezzi di trasporto negativi, se si ottiene qualcosa qui, si sta ottenendo qualcosa in generale, in tutta l’ampiezza di cui vi parlavo e che mette sempre la gente con­tro il Potere, e il Potere contro la gente che lo subisce. È una buona scelta e non mi resta altro che insistere sul carattere principalmente negativo della lotta.

La ferrovia non ha alcun bisogno che noi la difendiamo, che lot­tiamo per la ferrovia. È un equivoco simile a quello degli ecologisti che difendono la Natura o difendono la Terra o difendono l’acqua o cose simili. È una pretesa al tempo stesso presuntuosa e stupida. Allo stesso modo, la ferrovia non ha bisogno che qualcuno la difen­da. L’unica cosa che ci vuole è togliere di mezzo l’Auto. Se si toglie di mezzo l’Auto, non ci sarà bisogno di fare altro, perché i mezzi di trasporto utili si difendono da soli e si sviluppano da soli. È evidente per tutti che, se la ferrovia è ridotta così male, non è perché per qual­che fenomeno naturale è stato ritardato il suo sviluppo, o che siano appassite le foglie sui rami su cui poteva svilupparsi. Niente affatto: semplicemente è per l’imposizione da ormai un secolo dei mezzi di trasporto inutili; è questo che ha frenato dappertutto lo sviluppo direi quasi naturale della ferrovia, dei mezzi di trasporto utili.

Dunque è su questo punto che termino questo piccolo sermone: insistere sul carattere negativo come l’unico veramente utile. Non si tratta di difendere la ferrovia, cosa che immediatamente signifi­cherebbe ciò che stavo denunciando, cioè il tentativo di vedere se la ferrovia rientri ancora in questo Futuro in cui al tempo stesso ci sarà l’Auto e tutte le altre calamità che vi ho ricordato. Non si tratta di nulla di positivo, e che in questo senso sarebbe considerata una posizione realista: si tratta di attaccare con questa motivazione (che, ripeto, mi sembra sia un punto concreto scelto bene), attaccare tutta la politica di mezzi di trasporto inutili, di mezzi di trasporto negativi, del Potere. Basta così.

Basta così. Se smettono di costruire nuove tratte di Autostrade ca­tramose con i loro svincoli e in costante riparazione, se smettono di continuare a fabbricare conglomerati urbani con strade in cui possa­no circolare su due carreggiate le Auto e in pratica non possa passare nessun altro, se in un modo o nell’altro si smette di produrre tutto ciò, non c’è bisogno di chiedere, non c’è bisogno di fare nulla di po­sitivo. La gente sa, dal basso, quali sono i mezzi di trasporto buoni, qual è l’incommensurabile vantaggio di salire su un aggeggio che ti prende davanti alla porta di casa e che una volta terminato il servizio di trasporto gli puoi dire «Addio, chi si è visto si è visto, grazie mille! », rispetto alla tremenda schiavitù di avere un’Auto, di comprarsela e sostituirla e farsene carico come se ne fa carico la stragrande maggio­ranza degli abitanti dello Stato del Benessere. Ciò in basso lo capisce chiunque, quali sono i mezzi di trasporto buoni.

Di modo che intralciare, anche solo un poco, intralciare la conti­nuazione dello sviluppo di quelli negativi e l’imposizione di questo Futuro, è sufficiente. Allora, la moltiplicazione delle linee ferroviarie, che si continui a portare avanti ciò che bisognava fare già da più di cinquant’anni, che è il doppio binario ad esempio, dappertutto in questo paese, l’elettrificazione laddove serva, e tutte le altre forme di sviluppo che la ferrovia, che il treno e le rotaie portano nelle proprie viscere, tutto ciò si va sviluppando senza indugi, non c’è bisogno di difenderlo né di proporlo, ne di lottare per questo.

È questa condizione negativa che bisogna ricordarci innanzitutto. E con questo è terminato questo piccolo sermone di questa mattina.

Contra el progreso – Contro il progresso

Pubblicato su Frente libertario, Parigi, febbraio 1971

Sermón contra el Futuro – Sermone contro il futuro

Incontro in difesa del treno, Salamanca, 28 maggio 2000

Contro il progresso. Contro il futuro PDF

Fonte: RoundRobin

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