Pianeta Terra: Testo del compagno Gustavo Rodríguez “La notte dei morti viventi o, il bisogno dei morti di seppellire i loro morti”

“La tradizione di tutte le generazioni morte opprime come un incubo il cervello dei vivi. E quando questi ultimi sembrano dediti proprio a trasformare se stessi e le cose, a creare qualcosa di mai visto prima, in questi tempi di crisi rivoluzionaria, vengono evocati gli spiriti del passato chiedendo il loro aiuto nella paura, prendendo in prestito i loro nomi, i loro slogan di guerra, i loro abiti, per rappresentare, con questo venerabile travestimento da vecchiaia e questo linguaggio preso in prestito, la nuova scena della storia universale […] In queste rivoluzioni, La resurrezione dei morti serviva, quindi, a glorificare le nuove lotte e non a parodiare le vecchie, ad esagerare nella fantasia la missione che era stata elaborata e a non ritirarsi prima del suo compimento nella realtà, a ritrovare lo spirito della rivoluzione e a non far vagare di nuovo il suo spettro […] La rivoluzione sociale dell’Ottocento non può trarre la sua poesia dal passato, ma solo dal futuro. Non può iniziare il suo compito prima di aver liberato la sua venerazione superstiziosa per il passato. Le rivoluzioni precedenti avevano bisogno di tornare alle memorie della storia del mondo per essere sbalorditi dal loro stesso contenuto. La rivoluzione del XIX secolo deve permettere ai morti di seppellire i loro morti, per prendere coscienza del proprio contenuto”. (1)

Carlos Marx

Cito ampiamente il riflesso più lucido del più anziano dei Fratelli Marx, con l’intento di evidenziare, non solo la validità di tale introspezione ai giorni nostri, ma di sottolineare l’umore spiritualista dei marxiani contemporanei e di quegli antiautoritari che conducono “le loro lotte” con gli occhi fissi sullo specchietto retrovisore. Ciò che è veramente sorprendente è che ci si aspetta risultati diversi seguendo alla lettera le stesse istruzioni del passato, alleati a una visione “progressista” (positiva) che costruisce narrazioni trionfalistiche e ispira film grotteschi (come “Libertariano”(2)) e disgustose soap opera (come “Venti d’acqua”(3)).

Oggi il marxismo e l’anarco-comunismo sono tradizioni di tutte le generazioni morte che opprimono il cervello dei vivi e causano ipossia, impedendo la realizzazione di “qualcosa di mai visto”. Questo conferma che ogni tradizione diventa facilmente e invariabilmente dogma e ortodossia. Paradossalmente, gli spiriti del passato continuano ad essere invocati e i loro nomi, i loro slogan di guerra, i loro abiti, sono presi in prestito per travestirsi da venerabili vecchietti e ripetere per l’ennesima volta l’arringa con linguaggio preso in prestito, ricreando le stesse azioni che hanno portato a TUTTE le rivoluzioni lungo il percorso della “controrivoluzione”, imponendo regimi fascisti (rossi e/o marroni), costruiti intorno al lavoro e alla produttività; cioè intrinsecamente capitalistici.

I “comunisti” (neocomunisti o comonisti), i neosituazionisti, i post-anarchici e persino gli insurrezionisti “ortodossi”(4), rimangono intrappolati nel secolo scorso. Si aggrappano al passato per continuare ad aggrapparsi al “futuro”. Non capiscono che non c’è futuro perché il futuro è dietro di loro. Ma non si tratta nemmeno di “tornare al futuro” – come la trilogia di Robert Zemeckis – ma di abitare il presente. Di vivere intensamente l’insurrezione quotidiana, di occupare quegli spazi effimeri che permettono di alimentare il fuoco. Ma senza dare a queste occasioni un’esistenza artificiale. Dobbiamo evitare che diventino delle trincee. Cioè nuove trappole: false aperture che favoriscono una visione militaristica e impediscono che “qualcosa di mai visto” diventi più potente. Continuare ad essere ancorati all’analisi della ristrutturazione capitalistica degli ultimi tre decenni del secolo scorso ostacola la comprensione del presente e invita a prolungare gli spazi vuoti con altri spazi vuoti, fermando l’azione concreta dell’eversione contemporanea.

È urgente dare il colpo di grazia al XX secolo per seppellire con esso tutte le illusioni novecentiste. In quella stessa bara, c’è un bisogno urgente di seppellire la “nostra” memoria; cioè la storia del “movimento operaio”, la storia delle rivoluzioni, e tutti gli impulsi utopici che hanno accompagnato quelle narrazioni sociali caratteristiche del modo di pensare di un altro secolo. Dobbiamo mettere in discussione le forme della memoria e promuovere l’oblio anarchico come parte integrante del progetto di liberazione totale. Dobbiamo seppellire i morti e smettere di inciampare nelle loro leggende, per permettere allo spettro di fluire; quell’entità intangibile e senza volto che è il potere anarchico: quello spirito che viaggia per il mondo, quell’inquietudine, lo sconvolgimento, l’irruzione, la violenza.

E’ urgente distogliere la tradizione, convinti che le sicurezze di ciò che è conosciuto non possono offrirci risposte universali e consolanti. Dobbiamo invece promuovere la nostra capacità di improvvisazione, sviluppando un’insurrezione permanente in ambienti in continuo cambiamento all’interno del flusso caotico della vita. Dimenticare, ravvivare la spontaneità, e darci l’opportunità di esplorare forme più creative di distruzione e modi di essere anarchici nel mondo – che liberano l’indisciplina sovversiva e infettano di illegalità tutti gli spazi sociali -, agendo come un fattore scatenante di caos che impedisce la sistematizzazione formale e la (nuova) normalizzazione. Per essere anarchici, dovremo smettere di esserlo.

Nel giugno del 1958, l’Internazionale Situazionista era già consapevole del bisogno di oblio e lo espresse nelle note editoriali del primo numero del suo bollettino centrale: “I Situazionisti si mettono al servizio del bisogno di oblio”. L’unica forza dalla quale possono aspettarsi qualcosa è il proletariato, teoricamente senza passato, obbligato in modo permanente a reinventare tutto, di cui Marx diceva “o è rivoluzionario o non è niente”(5) e, nel dicembre dello stesso anno, nell’editoriale del suo secondo numero, riaffermavano “Siamo favorevoli all’oblio. Dimentichiamo il nostro passato e dimenticheremo il nostro presente. Non ci riconosciamo come contemporanei di chi si accontenta di poco”. Tuttavia, nonostante l’effluvio catalitico che queste immagini conservano ancora, non si può negare che i situazionisti avessero una scarsa vocazione all’oblio. Incagliati nella verbosità marxiana, si sono dedicati anima e corpo a evocare il passato, esaltando le proposte superate dei consigli dei lavoratori come unico meccanismo di liberazione attraverso l’autogestione del capitale.

Come sottolinea Jack Halberstam – nei contributi che sottolineano la radicale negatività della bassa teoria queer – che “Possiamo voler dimenticare la famiglia e dimenticare il lignaggio, e dimenticare la tradizione, per partire da un nuovo luogo, non il luogo dove il vecchio genera il nuovo, dove il vecchio prepara il terreno per il nuovo, ma dove il nuovo parte da zero, senza le restrizioni della memoria o della tradizione, e senza passato che possa essere usato”. “(6) Oggi la lotta anarchica – emancipata dal passato e aliena da tutti i tentativi risorgimentali che anelano a ripetere le rivoluzioni passate fino all’esaurimento – deve partire da zero, staccata dal lignaggio e dalla zavorra della tradizione. La tradizione in cui viviamo ancora oggi ha cercato con tutti i mezzi di evitare l’anarchia.

Se aspiriamo alla distruzione di tutto ciò che esiste, dobbiamo intraprendere questo viaggio da un luogo nuovo, non da quell’idilliaco paesaggio di rovine del vecchio mondo, dove si genererebbe il nuovo che portiamo nel cuore, ma intravedendo alcune concezioni originali e materializzando le azioni necessarie che ci garantirebbero la rovina del dominio in questo momento, ma senza nutrire speranze utopistiche. L’anarchia non è la via che porta all’utopia, come il cristianesimo ottocentesco ha cercato di farci credere, promuovendo la fede in un’astrazione erede delle antiche speranze cristiane. L’anarchia dà la possibilità di vivere e di rendere concreta la distruzione nel presente, per coloro che non nutrono speranze in soluzioni mediate o nei regimi a venire in nome della libertà e dell’uguaglianza. In questo senso, non può essere intesa come una pratica alternativa o antagonista al dominio, ma come un “disgregatore”, un “virus” o un “contaminante”. Una sorta di cancro infiltrato che si accontenta ogni giorno di distruggere il “prossimo” e non un lontano telos. Il “prossimo” è l’unica cosa che abbiamo e non l’intangibile universale. Ma, distruggendo il “prossimo”, contemporaneamente in diverse regioni del corpo sociale, si provocano metastasi.

Questa è l’anarchia realizzabile: effimera e terrena, eventuale e imperfetta, irregolare e complessa. Proprio in quella trama, sta la possibilità di dispiegare un rinnovato paradigma anarchico, capace di tonificare i muscoli dei nuovi sviluppi teorico-pratici con una vocazione per il presente; cioè consapevole che il passato è un insieme di abitudini da cui non abbiamo nulla da imparare, tanto meno da imitare. Spetta poi a questo paradigma dimostrare la sua preminenza in termini di attualità, estensione e profondità in un nuovo ordine triplice imposto dal capitalismo ipertecnologico.

Le mobilitazioni della sazietà, la rabbia della disperazione e, le ribellioni della miseria, non fanno che riaffermare la continuità del dominio, cioè producono più capitalismo. Solo il fuoco può darci il dono dell’Anarchia, reggendo il peso unico di questa parola. Vale a dire, senza approssimazioni, sostituti o sinonimi che non esprimano la stessa cosa o non si avvicinino all’impulso delle nostre passioni.

Gustavo Rodriguez

Pianeta Terra, 1 settembre 2020

(Tratto dall’opuscolo L’aroma del fuoco: La rabbia della disperazione in un mondo tripolare)

Riferimenti:

  1. Marx, C., Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte; raccolte in Marx, C. e, Engels, F., Opere selezionate in tre volumi, Casa Editrice Progreso, Mosca 1981, Volume I, pag. 404.
  2. Lungometraggio spagnolo, realizzato nel 1996, diretto da Vicente Aranda e tratto dal romanzo La monja libertaria (Planeta,1981) di Antonio Rabinad.
  3. Serie televisiva argentino-spagnola, diretta dal peronista Juan José Campanella (2006).
  4. L’azione insurrezionale – per quanto emancipatrice possa sembrare da un punto di vista soggettivo – si soddisfa, ma è incapace di trascendere l’obsoleto, recidivante in gesti obsoleti.
  5. La lotta per il controllo delle nuove tecniche di condizionamento, Internationale Situationniste, n. 1, in Situationist International. Testi completi in spagnolo della rivista Internationale Situationniste (1958-1968). Vol. 1: La realización del arte (# 1-6), Literatura Gris, Madrid, 1999, p.12.
  6. Halberstam, Jack, L’arte queer del fallimento, Editoriale Egales, Barcellona/Madrid, 2018. P. 80.

Fonte: ContraInfo

Traduzione a cura di: Inferno Urbano

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