Per il mio bene

Potrà mai esserci qualcuno più adatto di me medesimo a decidere del mio benessere personale? Secondo lo stato, i suoi manutengoli, gli esperti di ogni alloro, i religiosi e la massa sempre più acritica, si. Data tale premessa, sostenuta dalla quasi totalità dei contemporanei, la vita di ognuno diviene sempre più etero-diretta e sempre più simile a quella degli altri. Anzi, se si aggiunge la mondializzazione della religione Scienza, la iper-invasività della tecnologia ed il sospetto di una pandemia, si può parlare di sopravvivenza standardizzata. Ne consegue che, seppur con minime, a volte ridicole differenze geografiche, dobbiamo tutti seguire i regolamenti e le restrizioni dei deputati a decidere sul nostro bene e se questi dovessero diventare gravosi, tanto meglio, si potrà fare della retorica sull’eroismo collettivo per compattare sempre più la popolazione sotto l’enorme cappello del pensiero unico.

Così per il mio bene devo uscire solo quando anche tutti gli altri escono e rinchiudermi in casa quando per strada non c’è nessuno.

Per il mio bene non posso passare delle serate di svago, ma devo lavorare in fabbriche, supermercati, mezzi pubblici, etc…

Per il mio bene i negozi chiudono prima restringendo il tempo disponibile per gli acquisti e affollandoli.

Per il mio bene ci sono soldati armati di fucili d’assalto in tante piazze, probabilmente per polverizzare infidi virus.

Per il mio bene devo fare file all’esterno di vari uffici pubblici alle intemperie e accalcandomi per non perdere il posto in coda.

Per il mio bene devo prender un caffè al bar, allontanandomi il prima possibile e gustandolo per strada insieme al retrogusto che il bicchiere di plastica regala alla mia salute.

Per il mio bene mi richiamano al lavoro anche se sono un medico in pensione mentre sconsigliano agli over 65 anni di uscire di casa.

Per il mio bene se perdo la mascherina per strada mi viene comminata una sanzione di 400€.

Per il mio bene viaggio in uno scuolabus con i finestrini costantemente aperti per tutto l’inverno.

Per il mio bene le fabbriche di morte (armi, inquinanti, mortali per gli operai) restano aperte.

Per il mio bene gli ospedali rimasti dopo i tanti tagli e privatizzazioni, non curano più altre malattie che non sia la famigerata pandemia.

Per il mio bene i tabacchi e gli alcolici, monopoli di stato, anche se mortali, restano in vendita.

Per il mio bene le scuole rimaste in piedi vengono chiuse (non certo per il concreto rischio di crolli) togliendomi l’unica occasione che ho di socializzare coi miei coetanei, visto che di sport neanche a parlarne e dalla strada ci avete tolti ormai tanti anni fa.

Per il mio bene devo tenere mio figlio davanti ad uno schermo per almeno quattro ore al giorno quando avevo lottato tanto con lui per cercare di tenercelo lontano.

Per il mio bene guardie carcerarie entrano ed escono quotidianamente dai vari luoghi di detenzione, mentre chi è rinchiuso non può avere colloqui o contatti.

Per il mio bene devo comprare uno smartphone e scaricare applicazioni che mi controllano costantemente e mi rendono un prodotto per aziende.

Questo “mio bene” è così ben tutelato da tanti altri esempi, ma si dimostra ancor più con l’innegabile aumento di suicidi, violenze domestiche e consumo di psicofarmaci durante i periodi di reclusione, confinamento, lock-down o dir si voglia, cioè quando è più attiva l’attenzione di chi vuole il mio bene.

Responsabilità collettiva è il richiamo dei capi dello Stato, del governo e della Chiesa. Certo, nel mondo alla rovescia si può dire questo ed essere presi sul serio. Se non si tratta di una subdola trovata per spingere tutti a diventare sbirri del proprio vicino, prima ancora che di se stessi, allora quelle due parole non possono realmente stare insieme: responsabilità collettiva significa merito collettivo o colpa collettiva, ma se il merito o la colpa sono di tutti allora non lo sono di nessuno. Possono essere tutti eroi o tutti vigliacchi? La popolazione civile di Londra durante la seconda guerra mondiale è stata definita eroica nella resistenza ai bombardamenti tedeschi, ma avevano una qualche scelta per cui hanno preso la decisione eroica? Quanto c’è di responsabilità nel seguire pedissequamente i dettami di chi è gerarchicamente superiore? Quanto c’è di eroico nel vivere in una campana di vetro? Si può definire vita quella passata in un enorme laboratorio come una cavia?

Se si è arrivati al punto di avere così tanta paura di morire da rinunciare a vivere, allora, visto che la morte è faccenda che attiene a tutti coloro che nascono, è meglio evitare di nascere per non ritrovarsi nella società della morte, perché fintanto che il mio bene verrà deciso da qualcuno differente da me l’equazione permane:

“altri” x “il mio bene” = 0

Fonte: disordine.noblogs.org

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