Chaka Outtara, Un’altra morte di Stato

La morte di Chaka è una morte di Stato. Rinchiuso nel carcere di Verona, messo in isolamento, si è tolto la vita la mattina del 7 novembre. Insieme ad altre tre persone aveva preso parte alle rivolte dell’ex caserma Serena nei mesi di giugno e luglio scorso, quando il lockdown sembrava ormai finito.

Peccato che non lo fosse per tutti e tutte coloro che già da prima dell’emergenza covid vivevano un’esistenza continuamente ricattata, repressa, controllata e mutilata dallo Stato nelle sue diverse incarnazioni: giudici, sbirri, polizia di frontiera, secondini. Nei campi di lavoro, negli hotspot, nei centri di accoglienza, sulle navi quarantena, le resistenze e le rivolte sono state ininterrotte per tutti i mesi estivi e fino ad ora, e spesso pagate anche a caro prezzo. Una di queste è stata quella che è scoppiata all’interno dell’ex caserma Serena di Treviso, adibita a centro di accoglienza straordinaria. In diverse occasioni le persone migranti che ci vivevano avevano denunciato le condizioni igieniche degradanti, le cure mediche assenti, la rigidissima disciplina con cui sono applicate le regole dell’accoglienza, la collaborazione tra operatori e polizia, il lavoro volontario sotto la promessa di documenti che non arrivano mai (1).

Chi gestisce il CAS dell’ex Serena a Treviso d’altra parte non è nuovo a questo tipo di business. Si tratta della Nova Facility, una Srl “con una grande professionalità nell’implementazione di tecnologie digitali per la gestione di comunità complesse” (2). Oltre al CAS di Treviso la Nova Facility fa parte del consorzio che gestisce l’Hub di via Mattei a Bologna (3) e da gennaio di quest’anno, il gruppo di Marinese è anche gestionario dell’hotspot di Lampedusa (4). Insomma, dei professionisti della miseria e della reclusione delle persone immigrate.

L’11 giugno scorso, a seguito dell’esito positivo del tampone fatto su un operatore e l’annuncio di misure di isolamento per tutti, scoppia una protesta all’interno dell’ex caserma, dove la quarantena significa non soltanto stare chiusi in un posto che già in tempi normali è invivible – e in tempi di pandemia contagioso-, ma significa anche, per molti, perdere il lavoro. Tra l’11 e il 12 giugno vengono fatti 349 tamponi tra operatori e ospiti: 348 negativi, un ospite positivo. All’appello mancano 9 tamponi, ma nel dubbio anche per le persone già risultate negative viene disposta la quarantena precauzionale per due settimane insieme a chi non ha ancora avuto il risultato del tampone (5). Per questo scoppia una rivolta anche nel pomeriggio del 12 giugno.

In risposta, la prefettura preannuncia 3 espulsioni e almeno una ventina di denunce pronte per quando finirà l’isolamento, non sia mai che qualcuno riesca a scappare.

Il 30 luglio i positivi (ospiti) all’interno del Cas sono 133 (6), scatta un altro isolamento per tutti, positivi e negativi insieme. Niente di nuovo: ammassare positivi e negativi insieme su una nave, dentro un centro di accoglienza, dentro una tendopoli, dando luogo a una catena infinita di contagi e di quarantene rinnovate, è stata la prassi di base nella “gestione” del contagio tra le persone migranti. Prassi spesso accompagnata dalla militarizzazione dei centri con esercito 24 ore su 24, e facilitata dalla complicità di organizzazioni come la Croce Rossa.

Di fronte alla situazione insostenibile, alle settimane di isolamento dentro quel Cas che ormai è una prigione a tutti gli effetti, di fronte a un contagio che non ha niente di casuale, il 30 luglio scoppia un’altra protesta. A metà agosto, la situazione dei contagi non cambia, anzi peggiora, mentre diventa evidente la gestione assolutamente fallimentare del Cas, insieme all’esasperazione e la rabbia di chi vi si trova rinchiuso ormai da mesi.

Una nuova rivolta scoppia il 14 agosto (7), e nel frattempo il numero di positivi è salito almeno a 244 (8). Cinque giorni dopo, il 19 agosto, quattro persone che vivevano nel Cas, considerate “i capi della rivolta” (9), vengono arrestate. Tutti e quattro sono accusati di sequestro, violenza e devastazione e saccheggio, quest’ultimo un reato contro l’ordine pubblico espressamente pensato dal regime fascista – e fedelmente mantenuto – per reprimere sommosse e moti di piazza, e che negli ultimi anni ha colpito anche molte persone immigrate che si sono ribellate nei Cpr e nei centri di accoglienza (basti pensare al Cara di Mineo nel 2015, o al Cara di Borgo Mezzanone nel 2016).

I quattro vengono tradotti in carcere, nella casa circondariale di Treviso, e vengono loro assegnati quattro avvocati d’ufficio diversi, tanto per complicare ulteriormente la loro situazione giudiziaria. Dalle poche informazioni che sono riusciti a trasmettere all’esterno, tutti e quattro raccontano che non è stato spiegato loro niente riguardo alle loro accuse, alla loro situazione, oltre a essere senza soldi e sentirsi totalmente isolati. Uno di loro si ammala di covid in carcere.

L’intento dell’amministrazione penitenziaria sembra abbastanza chiaro: isolare e dividere i quattro, anche assegnando a ciascuno di loro un avvocato d’ufficio diverso. Dopo un mese circa,vengono trasferiti in carceri diverse (Verona, Belluno, Vicenza, Treviso), sotto il regime di sorveglianza particolare, una forma di carcerazione dura che prevede l’isolamento totale per chi è ritenuto pericoloso per la sicurezza penitenziaria.

E forse non è un caso che questo avvenga proprio quando la corrispondenza tra dentro e fuori si è fatta più fitta, perché spezzare i legami con l’esterno è un’arma utilizzata costantemente per impedire ogni forma di solidarietà. In isolamento nel carcere di Verona, uno di loro, Chaka, si uccide a 23 anni.

Se di questa storia abbiamo conoscenza è soltanto grazie al fatto che delle persone stanno lottando. La rabbia che ha travolto l’ex caserma Serena è la stessa rabbia che ha attraversato in questi mesi le proteste e gli scioperi della fame sulle navi quarantena, le rivolte e le fughe dai centri di accoglienza, dagli hotspot e dai cpr, così come nei campi di lavoro. Ed è una rabbia che si intreccia alla nostra. Un’ondata di proteste che è passata sotto silenzio, ma che non per questo non è stata una spina nel fianco al progetto di sistematizzazione e perfezionamento delle forme di selezione, sfruttamento, contenimento, reclusione e poi espulsione riservate alle persone immigrate, nelle loro diverse articolazioni. La pandemia ha semplicemente permesso l’accelerazione di questo progetto, perché in tempi di covid rinchiudere le persone più sacrificabili e isolarle ancora di più, nelle carceri come nei luoghi dell’”accoglienza”, condannandole a rischi di contagio elevatissimi, è facilmente giustificabile in nome della prevenzione e della tutela della salute. Della salute di chi sta fuori, ovviamente. Di carcere così come di accoglienza si muore, e le morti di questi mesi, come quella di Chaka, non possono passare sotto silenzio, né possono essere dimenticate.

Per ricordare Chaka, per non lasciare solo chi ancora sta pagando per essersi ribellato, in un circuito repressivo che arriva anche ad ucciderti, l’unica strada che vediamo percorribile è stare al fianco di chi lotta ogni giorno contro le frontiere, nei cpr, nei centri di accoglienza, in mare, nelle città e nelle campagne, perché la solidarietà sia veramente un’arma. Una solidarietà che è già contrattacco e autodifesa, perché questa violenza e questa repressione vengono sperimentate sui corpi delle persone migranti con il progetto di ampliarle a tutte e tutti noi.

Nessuna pace per chi sfrutta, rinchiude e uccide.

1) meltingpot.org

2) collettiva.org

3) consorziolarcolaio.it

4) tribunatreviso.gelocal.it

5) trevisotoday.it

6) trevisotoday.it

7) tribunatreviso.gelocal.it

8) trevisotoday.it

9) ilgazzettino.it

Fonte: ilrovescio.info

This entry was posted in Repressione e Carcere. Bookmark the permalink.