“Noi fummo i ribelli, noi fummo i predoni”, di Belgrado Pedrini

Belgrado Pedrini
Noi fummo i ribelli, noi fummo i predoni
Edizioni El Rùsac, Rovereto, dicembre 2014
144 pagine, 8 euro a copia.
E-mail: edizionielrusac[at]autistici.org

Belgrado Pedrini (Carrara, 5 maggio 1913 – Carrara, 11 febbraio 1979) è stato un partigiano, anarchico, scrittore e poeta italiano, incarcerato per più di trent’anni nelle galere fasciste prima e democratiche poi per il suo rifiuto di ogni forma di potere.

Portò avanti la lotta armata contro il fascismo da ben prima dell’8 settembre 1943. Parallelamente alle azioni di propaganda e volantinaggio, compì vari attentati armati e dinamitardi contro caserme e gerarchi fascisti. Partecipò alla guerra civile nella brigata “Elio”, e continuò la lotta armata contro i fascisti, mai realmente scomparsi, anche in seguito. Venne arrestato e condannato a 30 anni per un conflitto a fuoco con le milizie fasciste risalente al ‘42 in cui morì un poliziotto. Uscito di prigione riprese la lotta e fondò il circolo anarchico “Bruno Filippi” di Carrara.

Nel 2014 è stata pubblicata la seconda edizione del libro Noi fummo i ribelli, noi fummo i predoni, a cura delle Edizioni El Rùsac, un volume che raccoglie scritti e versi di Belgrado Pedrini e che fa seguito alla prima edizione curata dalle Edizioni Il Baffardello (Carrara, 2001).

«La mia maturità libertaria nasceva da una analisi scientifica e personale che avevo fatto in gioventù e la mia rivolta si incanalò subito contro l’autorità, il fascismo, il capitale, lo Stato, gli abusi, lo sfruttamento dell’uomo sullo uomo, contro tutte quelle cause che non mi permettevano di respirare, di sentirmi un individuo» — Belgrado Pedrini.

«La sua storia non va ristampata solo per raccontare le azioni compiute, bensì per far emergere il modo e i sentimenti con cui queste azioni venivano portate avanti. In tante vicende di compagni e compagne si trovano racconti emozionanti ed avventurosi, ma, se rimangono solo nell’immaginario delle nostre letture, ecco che il senso delle loro gesta, il tramandare esperienze, diventa semplicemente letteratura. La semplicità, la modestia, la rivolta costante e la solidarietà incondizionata a chi soffriva, hanno portato Belgrado su strade dure e pericolose» — Luca Dolce detto “Stecco”, dall’introduzione alla seconda edizione.

«La mia storia è la storia dei miei compagni ed è simile a quella di molti altri partigiani finiti nelle patrie galere all’indomani della Liberazione. Erano finiti i febbrili giorni della speranza, delle rise e delle gioie. Ci ritrovammo al punto di partenza. Ossia sbandati e senza soldi, non al riparo dai colpi della sorte. Così decidemmo di continuare a lottare, come fatto negli anni precedenti, contro padroni vecchi e nuovi, senza esclusione di colpi» — “Il Monello”, Giovanni Boni, da “Noi partigiani, noi banditi”, tratto da Noi fummo i ribelli, noi fummo i predoni.

“Schiavi”, di Belgrado Pedrini

Siamo la ciurma ignota
d’un galeon mortale,
su cui brontola il tuono
dell’avvenir fatale.

Mai orizzonti limpidi
schiude la nostra aurora,
e sulla tolda squallida,
urla la scolta ognora.

I nostri dì s’involano
fra fetide carene:
siam macri, emunti schiavi,
stretti in ferral catene.

Nessun nocchiero ardito,
sfida dei venti l’ira?
Pur sulla nave muda,
vespero ognun sospira!

Sorge sul mar la luna,
ruotan le stelle in cielo,
ma sulle nostre tombe,
steso è un funereo velo.

Torme di schiavi adusti,
chini a gemer sul remo,
spezziam queste carene,
o chini a remar morremo.

Remiam finché la nave
si schianti sui frangenti,
alte le rossonere,
fra il sibilar dei venti!

Cos’è, gementi schiavi,
questo remar remare?
Meglio cader da prodi
sul biancheggiar del mare.

E sia pietosa coltrice,
l’onda schiumosa e ria,
ma pera in tutto il mondo
l’infame borghesia.

Falci del messidoro,
picche vermiglie al vento,
sarete ai nostri labari
nell’epico cimento.

Su, su, gementi schiavi
L’onda gorgoglia e sale:
di già balena e fulmina
sul galeon fatale.

Su, su schiavi, all’armi, all’armi!
Pugnam col braccio forte;
griadiam, gridiam: giustizia,
e libertade o morte.

Casa penale di Fossombrone, 1967. Prima stesura.

Presentazione delle edizioni anarchiche «El Rùsac»

Il termine El Rùsac nel dialetto triestino vuole dire lo zaino.
Abbiamo scelto questo nome per queste nuove edizioni anarchiche perché quest’oggetto ci ricorda innanzi tutto la sua utilità.

El Rùsac è un oggetto utile sotto vari aspetti; per chi lotta è il contenitore delle maschere antigas, san pietrini e volantini durante i cortei, il porta manifesti durante le serate ad “attacchinare” sui muri delle città, è l’oggetto che tanti compagni e compagne hanno usato ed usano durante i sabo­taggi e le azioni dirette che da sempre hanno fatto fare brutti sogni ai nemici della libertà. È quel amico nei giorni della clandestinità. È l’oggetto che si può usare quando si esce dal carcere per te­nere le lettere ed i pochi vestiti. È un compagno che non ci abbandona mai, allo stesso tempo però ci vuole metodo nell’organizzare El Rùsac sennò il suo utilizzo rimane monco: è come le lotte che si portano avanti, non basta la determinazione, ci vuole un metodo anche nelle lotte sia da soli sia con i compagni e compagne di strada.

Queste nuove edizioni vogliono portare uno stimolo al confronto tra gli anarchici e non solo, vogliono, con modestia, portare un nuovo contributo alla propaganda semplicemente perché chi sta scrivendo vuole la Rivoluzione Sociale e l’Anarchia, quindi la libertà per tutte e tutti.

Fonte: malacoda.noblogs.org

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