Alfredo M. Bonanno – Anarchismo Insurrezionalista

Introduzione alla seconda edizione

Dietro ogni aspetto della teoria anarchica insurrezionalista si nasconde un progetto, non dico un quadro asfittico completo in tutte le sue parti, ma un progetto sufficientemente individuabile, ben al di là di queste pagine e delle tante altre che nella mia vita ho scritto su questo tormentato argomento. Se non si tiene conto di ciò nessun chiarimento analitico potrà fare molto, anzi correrà il rischio di restare quello che è, un insieme di parole che pretendono contrastare la realtà, pretesa incongruamente idealista. Le piante grasse della filosofia classica tedesca, con i loro allettanti pungiglioni, hanno fatto tutto il danno possibile, spero che non costituiscano ancora più oltre specchietti per ingenue allodole rivoluzionarie.

Ciò non vuol dire che il problema del metodo possa essere affrontato di punto in bianco senza tenere conto di quanto è stato detto in tutte le salse, anche dalla stessa filosofia classica tedesca, sarebbe una ingenuità. In questa prospettiva non ci sono scorciatoie né ricette privilegiate, solo il duro lavoro rivoluzionario, lo studio e l’azione. Le scivolate che ho visto fare in questi ultimi anni a tanti distruttori più o meno canuti mi confortano in questa mia rigidità d’intenti. Sarebbe inutile pensare la propria radicalità estrema quando poi ci si limita a nascondere la mano senza neanche gettare il sasso. Non è una corsa all’immagine più significativa, allo specchio magico che riempie di colori smaglianti e inghirlanda preziosamente quattro pensieri domenicali da bacetti Perugina.

Questo libretto illustra un metodo, quello anarchico e insurrezionale, ma è di un’esperienza che esso parla, non di teorie che più o meno possono entrare in contrasto tra loro o anche andare d’accordo. Una esperienza che continua nel tempo e che si è andata sedimentando per così dire sul campo, nell’azione concreta, prendendo la sua forma ed espressione letteraria quasi per caso, in articoli, relazioni, volantini, o altro, sporadicamente affidati alle necessità del momento. Invece di vedere in questo un elemento di dissociazione, vi vedo, vi ho sempre visto, un movimento particolare, un incontro caratteristico tra idee ed azioni, in modo che dalle seconde si trovi luce particolare per le prime, e viceversa, senza soluzione di continuità.

Molti, ministro dell’Interno in giù, fino all’ultimo appassionato di fanfaluche, vi hanno visto un miscuglio indigesto di vigorosa maturità di pensiero e di fantasia sciocca e puerile. Che me ne importa? Ho sufficiente spessore della pelle per rendermi conto che le nerbate fanno parimenti male quando vengono dalla critica occhiuta del carabiniere che sogna di farmi assegnare quanto più possibile anni di carcere e quando vengono camuffate e direi quasi imbastite nelle lodi di un imbecille o nei ragli letterari di un asino.

Ogni metodo si basa sulla realtà, in caso contrario non è un metodo, né mai potrà dare vita a un progetto, è solo un movimento di gambe nervose e infaticabili, una passeggiata nel bosco delle favole, uno sciogliere enigmi della sfinge, un risolvere problemi di geometria descrittiva difficili solo per i fanciulli. La vita è un insegnamento troppo feroce per accettare, sia pure come compagni di viaggio, vertiginosi parassiti che si dilettano parlando delle loro impressioni e dei loro desideri di libertà. Parola pesante questa, molto pesante.

Nel volere essere liberi c’è una mostruosa tentazione, occorrerebbe squarciarsi il petto. Di già la stessa parola libertà è uno scandalo, che la si riesca a dire senza arrossire è uno scandalo. Che io insista a dire questa parola senza far fronte alle conseguenze che l’essenza stessa di quello che questa parola sottintende e mi pone di fronte è altrettanto scandaloso. La libertà, in fondo, non può essere detta, quindi questa parola, libertà, è ingannatrice, e mi inganna nel momento che la pronuncio. Eppure è detta, ma occorre un’aggiunta fondamentale, mettere a rischio me stesso. Quest’aggiunta dona nuovo significato alla parola, la sconvolge e la mette a nudo criticamente, taglia i tanti ponti significativi con una insistente chiacchiera alimentata da perdigiorno in vena di stramberie e la scarnifica portando alla superficie la possibilità di una realizzazione. Concretizzare a ogni costo la libertà.

C’è un meccanismo in questa fase interrogativa che è ancora perseguibile nei suoi dettagli, la parola risuona ancora nel gesto critico che scava dentro il di già detto, ma non è soltanto questo. Il senso profondo di questa parola sta proprio nel permettere un’apertura al proprio mettersi in gioco, faccia a faccia con la verità di se stessi, senza che niente possa essere inteso come schermo e riparo dietro cui attutire i colpi. Il meccanismo di cui parlo, il metodo rivoluzionario, non può essere diretto a rassicurare sui risultati, nel qual caso sarebbe una vera e propria critica positiva filosoficamente orientata a conservare più che a distruggere, ma è diretto a inquietare ulteriormente, a lacerare per l’ultima volta, prima del coinvolgimento, a mettere a disposizione non solo mia ma di tutti una possibile conclusione offerta proprio dall’applicazione del metodo e dall’assunzione delle responsabilità rivoluzionarie.

La straordinaria condizione nuova che riesco così a intravedere è il metodo insurrezionale, un abisso senza fine di cui le poche tracce indicative che spaccio per di già accaduto sono solo una remota e pallida immagine.

La distanza tra il pensiero e l’azione può, a volte, raccorciarsi di molto, e allora è il momento buono per colpire.

Trieste, 20 ottobre 2007

Alfredo M. Bonanno

Introduzione alla seconda edizione spagnola dell’antologia di miei scritti dal titolo: No podréis pararnos. La lucha anarquista revolucionaria en Italia

I compagni che hanno pubblicato la prima edizione di No podréis pararnos. La lucha anarquista revolucionaria en Italia mi fanno conoscere il loro desiderio di inserire una mia introduzione alla seconda edizione. Condivido questa necessità perché la scelta di scritti pubblicati lascia sottinteso l’esistenza di qualcosa di comune, l’esistenza di un progetto insurrezionale oltre che anarchico.

Il testo: El proyeto revolucionario, inserito nel libro, comprende El trabajo del revolucionario, del 1988, Afinidad y organización informal, del 1985, Organización de sintesis y organización informal, anche del 1985, Autonomia del individuo, una parte del mio libro Autogestione e anarchismo, del 1977. In questi scritti affronto il problema del progetto rivoluzionario, ma molti aspetti non vi si trovano approfonditi, almeno sulla base delle considerazioni su cui ho avuto modo di riflettere in questi ultimi anni.

Molti compagni hanno sottolineato la presenza di questo progetto rivoluzionario nelle mie analisi e come esso sia diventano sempre più dettagliato e pressante, in termini di scritti e di azioni, a partire dalla lotta a Comiso contro la base americana in costruzione, del biennio 1982-1983. Eppure, lo stesso concetto di insurrezionalismo, il sogno possibile di un anarchismo insurrezionale in grado di attaccare il potere smuovendo non solo i cuori delle persone ma anche i loro corpi, gli stessi concetti metodologicamente corretti di affinità, di organizzazione informale, di nuclei di base, di inclusi ed esclusi, ecc., non danno conto, in maniera chiara, del progetto.

Che cosa intendo per progetto?

Non soltanto un certo quantitativo, più o meno esteso, più o meno interessante, di analisi, di opuscoli, di libri, di giornali, e neanche, a stretto rigore, una serie di azioni concrete, dalla lotta di Comiso alle lotte oggi in corso contro la costruzione dei treni ad Alta Velocità. Il mio progetto abita nel mio cuore e si alimenta della mia vita. Voglio fare qui, cogliendo questa occasione introduttiva, uno sforzo per dire qualcosa in più.

Prima di tutto quello che non è, mettendo a tacere così le preoccupazioni di coloro che mi hanno spesso accusato di essere troppo amante dei dettagli organizzativi. Il progetto non è un fondamento. Ma, se non è un fondamento, cioè se non può essere ristretto in un modulo stereotipato – e la pubblicistica di potere sta facendo di tutto per mettere a disposizione di sbirri e magistrati questo modulo – allora che cos’è? Penso sia un’anticipazione di qualcosa che potrebbe venire dopo, di una realizzazione che resta sempre in bilico e che mai si realizza compiutamente, di una concretezza che respira di fronte a me e di fronte a migliaia di compagni, una concretezza che si alimenta di fatti, ma che negli stessi fatti non si conclude.

Il progetto, nei tanti flussi in cui continua a pulsare, comporta un riferimento al futuro. Parla di qualche cosa da fare oggi ma proiettata verso una possibile realizzazione futura. Nel progetto quindi si racchiude una possibile condizione che si realizzerà in futuro, in cui credo e per cui sono pronto a lottare. Qui sto parlando di un’idea, articolata e meravigliosa, complessa e difficile da comprendere, sto parlando dell’anarchia. E ne parlo come un valore che per me è qui, nel mio cuore, come anticipazione del futuro, del futuro in cui credo, non come un’esercitazione letteraria. Il valore che il progetto ha per me è valore presente, che indirizza la mia vita, che mi fa operare adesso scelte e azioni, non un semplice orizzonte temporale verso cui mi muovo, se non altro per il semplice fatto di vivere e di avvicinarmi alla morte.

Non esiste progetto senza una fede nel futuro, come non esiste futuro senza progetto più o meno dettagliato. Mi ricordo che la parola d’ordine dell’insurrezione nera di Los Angeles di una quindicina di anni fa era: “No future”, e questo segnava il limite di quella rivolta, in un certo senso era il suo medesimo canto funebre.

Se ho un progetto posso spezzare la rigidità del presente, la malignità ottusa di certi rapporti di forza, il ghigno passivo del potere che aspetta soltanto un mio errore per distruggermi, col mio progetto sono direttamente nel futuro, non accetto più la subordinazione al presente, quindi sono difficilmente controllabile. Il futuro, il mio futuro ma anche quello della società nel suo insieme, non è soltanto possibile è anche realizzabile, e questa possibilità di realizzazione si intreccia con la mia esperienza e l’esperienza che il mondo, e la società, accumulano. Avere un progetto, e agire per la sua possibile realizzazione, non significa sognare soltanto, ma anche significa agire, quindi concretizzare azioni sulla base di quello che io sono e sulla base di quello che la società è, sulla base storica che mi accompagna e che ci accompagna tutti. Vivere proiettati nel futuro non significa dimenticare la propria storia e la storia in cui la società è immersa, al contrario significa conoscerla cogliendo le tante differenze, non solo individuali ma anche continentali, nazionali, regionali, fino ad arrivare alla singola comunità, la più piccola.

Penso che il progetto a cui ho lavorato tutta la mia vita sia qualcosa che sta continuamente per venire in essere, ma che ancora non è possibile individuare in questa o quella realizzazione. Ecco perché resto impassibile davanti alle critiche che continuamente vengono rivolte agli anarchici, secondo le quali tutto il loro darsi da fare, le loro azioni e le loro teorie, li lasciano sempre con un pugno di mosche in mano. La bellezza dell’anarchia sta proprio in questa sua inafferrabilità da parte della storia, e nella sua stabile collocazione nel futuro. Questa idea è contraria a qualsiasi logica della determinazione, a qualsiasi meccanismo dialettico, più o meno rivisto e modificato, a qualsiasi pretesa di vedere nella storia la maestra della vita vissuta.

Ma il progetto non è, come ho detto, un sogno che può prendere le forme più incredibili e assurde, è un sogno di tipo particolare, un sogno ad occhi aperti. Il progetto, pure rivolgendosi a una possibilità futura, ha al proprio interno la necessità storica che lo rende vitale e operativo, che lo sottrae al possibile destino di tutte le semplici velleità letterarie. Si radica nella possibilità del futuro ma, al suo interno, si nutre delle coordinate della storia, è storia, quindi risponde a determinati princìpi, non ne può fare a meno. Pur non essendo deterministicamente pensabile determina, nel suo realizzarsi, la realtà che gli sta davanti. L’insurrezionalismo è uscito, come progetto, dal limitato sogno della “grand soire”, dalla rivoluzione come accadimento spontaneo e imprevedibile, dal vago millenarismo che aveva avuto larga diffusione per tanti anni, almeno a partire dalla Comune di Parigi. L’anarchismo insurrezionalista è un progetto rivoluzionario che si proietta nel futuro, ma ha le proprie basi nella storia e nel patrimonio di lotte che gli sfruttati di tutto il mondo hanno accumulato. Questo patrimonio rende leggibile la possibilità del futuro. Se il progetto insurrezionale non fosse anarchico finirebbe per cadere di fronte alle tragiche farse che sono state recitate da tante rivoluzioni autoritarie in tutto il mondo, e che continuano a recitarsi. Solo nel progetto anarchico di rivolta organizzata, emerge una possibilità positiva di dare corpo vivo e attivo all’idea di rivoluzione sociale, senza ripiegare su progetti di piccolo cabotaggio, in grado, all’apparenza, di fornire prospettive apparentemente più praticabili.

L’insurrezionalismo anarchico come progetto, e come azione che mai si completa fino in fondo, perché continuamente si indirizza al futuro, può essere e può anche non essere, non ha nessuna necessità di essere, come l’anarchia non è necessariamente una caratteristica del futuro, non è per nulla certo che il mondo vada verso l’anarchia, come credevano nell’Ottocento i deterministi kropotkiniani.

Questo potere anche non essere significa il fallimento possibile del progetto insurrezionalista?

No. L’indeterminismo è una delle caratteristiche logiche della possibilità, il fatto che un progetto non si realizzi, qui e subito, o là dopo qualche tempo, non dimostra l’inaffidabilità del progetto stesso. Di più, quando è lo stesso progetto a dirsi incompleto e incompletabile, non c’è alcun dubbio sulla sua validità, che non potrà mai essere distrutta da questo o quel fallimento. L’agire rivoluzionario è questa incompletezza, salvo a modificare il progetto, abbassando la rivoluzione a semplice cambiamento di padrone.

Queste poche note dovrebbero fare comprendere meglio che il progetto insurrezionalista non è né un insieme più o meno letterariamente coordinato di precetti e di regole, né una semplice prospettabilità operativa, come se ne trovano nei manuali di guerriglia.

I sogni sono spesso molto più complessi della realtà.

Trieste, 6 gennaio 2007

Alfredo M. Bonanno

Introduzione alla prima edizione

Una scomoda contraddizione si nasconde, irrisolta, dentro questo libro, e minaccia di rendere difficile il compito del lettore.

Dico subito che queste righe introduttive non saranno di aiuto alcuno. Eppure, nello stesso tempo, ai fini strettamente logici, esse sono indispensabili.

La tesi qui sostenuta nasce da un lungo percorso di lotte e di riflessioni, è tesi travagliata e complessa, difficile non solo da esporre – il che potrebbe essere carenza del suo autore – ma anche da fissare in pochi elementi chiari, una volta per tutte.

Ecco la contraddizione: tutto il libro, sviluppatosi in tempi diversi, nell’arco più o meno di quindici anni, risente dell’urgenza e della passione del momento, questa introduzione, freddamente, no. Qui ho l’intenzione anatomica, che fa a pugni con tutto me stesso, di esporre gli elementi fondamentali dell’anarchismo insurrezionalista. Sarà possibile? Non lo so. Io ci provo. Se la lettura di queste note introduttive dovesse minacciare troppo il legittimo desiderio di aria fresca del lettore, che si saltino a pie’ pari e buona notte al secchio.

L’insurrezione di grandi masse, o di tutto un popolo, in un dato momento, presuppone alcuni elementi di già esistenti, presuppone condizioni sociali ed economiche disgregate, se non proprio una situazione di estrema incapacità da parte dello Stato di mantenere l’ordine e il rispetto delle leggi, ma presuppone anche individui e gruppi di individui capaci di cogliere questa disgregatezza al di là dei segni esteriori con i quali si manifesta. Occorre cioè, di volta in volta, saper vedere al di là delle motivazioni, spesso occasionali e secondarie, che accompagnano i primi fuochi insurrezionali, i primi scontri, le prime avvisaglie, allo scopo di dare il proprio contributo alla lotta e non, al contrario, di frenarla o di sottovalutarla come semplice e scomposta insofferenza al dominio politico in carica.

Ma chi sono gli individui preparati ad affrontare questo compito? Potrebbero essere gli anarchici, non per una loro scelta ideologica di fondo, la loro dichiarata negazione di qualsiasi autorità, quanto per la capacità critica, che dovrebbero avere, di valutare metodi di lotta e progetti organizzativi.

Inoltre, solo chi si ribella, chi si è di già ribellato, sia pure nel microcosmo della propria vita, chi ha affrontato le conseguenze di questa ribellione e le ha vissute fino in fondo, può avere i nervi sensibili e le necessarie intuizioni per cogliere i segni del movimento insurrezionale in corso. Non tutti gli anarchici sono dei ribelli, come non tutti i ribelli sono anarchici. A complicare le cose interviene il fatto che non basta essere un ribelle per capire la ribellione degli altri, occorre anche che ci si disponga alla comprensione, all’approfondimento delle condizioni economiche e sociali che si hanno di fronte, e che non ci si lasci trascinare via dal fiume in piena delle manifestazioni eclatanti del movimento popolare, anche quando quest’ultimo fila via col vento in poppa e i primi successi fanno alzare le bandiere dell’illusione. La critica è sempre lo strumento primo, il punto da cui partire, ma che sia critica partecipativa, critica che coinvolga il cuore, che faccia battere l’emozione dello scontro effettivo contro i nemici di sempre, con i loro visi disfatti per la prima volta nella polvere, e non arcigna valutazione dei pro e dei contro.

Ma un ribelle non basta, anche se cento ribelli si mettono insieme non bastano, saranno cento molecole impazzite nell’agone distruttivo delle prime ore, quando la lotta divampa feroce e dilaga travolgendo tutto. Figure importanti, come esempio e come stimolo, i ribelli finiscono per soccombere di fronte alle necessità del momento. Più la loro coscienza li guida all’attacco, spesso cieco per quanto efficace e radicale, più essi stessi si rendono conto di un limite insuperabile, non riescono a vedere uno sbocco organizzativo, aspettano che i suggerimenti vengano dalle masse in rivolta, una parola qui, una là, nel vivo stesso dello scontro, nei momenti di sosta quando tutti vogliono parlare in attesa di riprendere la lotta. E non si rendono conto che anche in quei momenti esaltanti ci sono sempre i politici in agguato. Le masse, poi, non hanno le virtù che spesso siamo portati a concedere loro. L’assemblea non è di certo un luogo per mettere in gioco la propria vita, ma la propria vita è messa in gioco dalle decisioni che nell’assemblea vengono prese. E gli animali politici che in questi momenti collettivi alzano la testa hanno sempre le idee chiare su cosa suggerire, hanno in tasca pronto un bel programma di recupero, di rientro nella normalità, di richiamo all’ordine. Certo, non diranno nessuna parola meno che corretta, politicamente intendo, e quindi verranno scambiati per rivoluzionari, ma sono sempre loro, gli animali politici di sempre, che stanno gettando le basi per la ricostruzione del potere futuro, quello che recupererà la spinta rivoluzionaria indirizzandola verso più miti consigli. Limitiamo le distruzioni, compagni, per favore, dopo tutto è quello che ci appartiene che stiamo distruggendo, ecc.

Sparare prima degli altri, e più velocemente, è una virtù da Far West, buona per un giorno, dopo bisogna sapere usare la testa, ed usare la testa significa avere un progetto.

E l’anarchico non può essere soltanto un ribelle, ma deve essere un ribelle munito di un progetto. Deve cioè unire il cuore e il coraggio con la conoscenza e l’avvedutezza dell’azione. Le sue decisioni saranno pertanto sempre illuminate dal fuoco della distruzione, ma alimentate dalla legna dell’analisi critica.

Ora, se riflettiamo un momento, non c’è progetto che possa nascere su due piedi, come si dice, nel pieno della mischia. Sarebbe stupido pensare che tutto deve venire dal popolo insorto, un determinismo cieco che minaccia di consegnarci imbavagliati nelle mani del primo politico che salito su di una sedia sa indicare alcune linee organizzative e programmatiche, gettando fumo negli occhi con quattro parole retoricamente messe in fila una dietro l’altra. Se l’insurrezione è in gran parte un momento rivoluzionario di grande creatività collettiva, momento che può dare suggerimenti analitici di intensità considerevole (pensate agli operai insorti della Comune di Parigi che sparavano sugli orologi), non può essere la sola fonte di approfondimento teorico e progettuale. I momenti più alti del popolo in armi sbarazzano, questo sì, degli indugi e delle incertezze preventive, fanno vedere chiaro quello che prima era sfumato, ma non possono illuminare qualcosa che non c’è. Quei momenti sono il potente riflettore che rende realizzabile un progetto rivoluzionario e anarchico, ma questo progetto, sia pure nelle sue linee metodologiche, deve esistere da prima, deve essere stato elaborato prima, sia pure non in tutti i dettagli, e, per quel che è possibile, sperimentato.

D’altro canto, quando interveniamo nelle lotte di massa, in scontri per rivendicazioni intermedie, quasi esclusivamente non lo facciamo forse per suggerire il nostro patrimonio metodologico? Che gli operai di una fabbrica chiedano lavoro e cerchino di evitare i licenziamenti, che un gruppo di senza casa cerchi di farsi dare un riparo, che i carcerati scioperino per una vita migliore nei luoghi di pena, che gli studenti si ribellino contro una scuola senza cultura, tutto ciò ci interessa fino ad un certo punto. Sappiamo benissimo, quando partecipiamo a queste lotte in quanto anarchici, che in qualsiasi modo esse vadano a finire, la rispondenza in termini quantitativi, cioè di crescita del nostro movimento, è molto relativa. Spesso gli esclusi si scordano anche chi siamo, e non c’è un motivo al mondo per ricordarsi di noi, tanto meno un motivo fondato sulla riconoscenza. Difatti, più volte ci siamo chiesti, cosa ci facciamo noi, in quanto anarchici e quindi rivoluzionari, in mezzo a queste lotte rivendicative, noi che siamo contro il lavoro, contro la scuola, contro qualsiasi concessione dello Stato, contro la proprietà e perfino contro ogni tipo di patteggiamento che conceda graziosamente una vita migliore nelle carceri. La risposta è semplice. Ci siamo perché portatori di un metodo differente. E il nostro metodo prende corpo in un progetto. Siamo a fianco degli esclusi, in queste lotte intermedie, perché suggeritori di un modello diverso, quello basato sull’autorganizzazione delle lotte, sull’attacco, sulla conflittualità permanente. È questo il nostro punto di forza, e solo nell’eventualità che gli esclusi accettino questo metodo di attacco, siamo disposti a lottare insieme a loro, anche per un obiettivo che in se stesso rimane di natura rivendicativa.

Un metodo resterebbe comunque lettera morta, agglomerato di parole prive di senso, se non riuscisse ad articolarsi in un progetto, un progetto capace di prendere sostanza dal problema specifico che gli esclusi si trovano davanti. Tanti ansiosi critici dell’insurrezionalismo anarchico sarebbero tornati al loro sonno interrotto se avessero prestato attenzione a questo aspetto. Che vale rimproverarci di essere fermi su richieste metodologiche vecchie di cento anni, quando non si è prestato attenzione a quello che diciamo? L’insurrezionalismo di cui parliamo è altra cosa dei gloriosi giorni sulle barricate, anche se potrebbe, in certi momenti specifici, avere in mano i suggerimenti più adeguati per una lotta che si indirizzi verso uno scontro sulle barricate. Solo che in sé, in quanto teoria e analisi rivoluzionaria, in quanto metodo incarnato in un progetto, non tiene necessariamente conto di questo momento apocalittico, ma si sviluppa e approfondisce a prescindere da sventolii di bandiere e luccichii di fucili.

Molti compagni hanno piena coscienza della necessità dell’attacco, e s’industriano per quanto possono di realizzarlo. Avvertono confusamente la bellezza dello scontro e dell’affrontamento contro il nemico di classe, ma non vogliono assoggettarsi ad un minimo di riflessione critica, non vogliono sentire parlare di progetti rivoluzionari, e persistono, in questo modo, nello sprecare l’entusiasmo della loro ribellione che indirizzandosi in mille rivoli finisce per spegnersi in piccole e disunite manifestazioni d’insofferenza. Non c’è, com’è ovvio, una tipologia uniforme di questi compagni, si può dire che ognuno di loro costituisce un universo a parte, ma tutti, o quasi tutti, hanno in comune il fastidio per qualsiasi discorso che preveda chiarimenti di natura metodologica. Le distinzioni li infastidiscono. Che senso ha, mi dicono, parlare di gruppi di affinità, di organizzazione informale, di nuclei di base, di coordinamenti? Non è forse tutto chiaro, il sopruso e l’ingiustizia, lo sfruttamento e la ferocia del potere non sono là davanti a noi, ben visibili, non sono realizzati in uomini e cose che si distendono al sole come se nulla potesse disturbarli? Che vale soffermarsi su discussioni che lasciano il tempo che trovano? Perché non attaccare subito, qui e ora, anzi, perché non indirizzarsi sulla prima divisa che capita a portata di mano? In fondo perfino una persona “assennata” come Malatesta era in un certo senso di questo avviso quando diceva di preferire la ribellione individuale all’attendismo che aspetta per agire che il mondo venga messo a soqquadro.

Personalmente non ho avuto mai nulla in contrario, anzi. La ribellione è il primo passo, la condizione essenziale perché i ponti vengano bruciati alle nostre spalle, perché i raccordi che, con mille fortissimi fili, ci legano alla società e al potere, vengano se non recisi almeno indeboliti, i raccordi con la famiglia, con la morale dominante, con il lavoro, con l’obbedienza alle leggi. Ma, credo che questo passo non sia sufficiente. Credo che bisogna andare oltre, riflettere sulle possibilità di dare maggiore forza organizzativa alla propria azione, perché la ribellione si trasformi in intervento progettuale verso l’insurrezione generalizzata, perché dall’insurrezione individuale, primo e necessario passo, si vada oltre.

Che a molti compagni questo secondo momento non sia congeniale è un fatto evidentissimo. Per cui, dal sentirsi essi stessi estranei a ogni sforzo in questa direzione passano ad una sottovalutazione del problema, o peggio ancora ad un disprezzo verso tutti gli altri compagni che al problema organizzativo dedicano attenzione e sforzi.

Questo libro cerca di fornire alcuni elementi essenziali perché si consideri, in modo approfondito, l’aspetto organizzativo dell’anarchismo insurrezionalista. In modo particolare, affronta i problemi dell’affinità, e quindi dei gruppi di affinità, dell’informalità, e quindi dell’organizzazione informale, dell’autorganizzazione delle lotte, e quindi dei nuclei di base e dei coordinamenti tra questi nuclei costituiti da anarchici e non anarchici con i gruppi di affinità, costituiti da anarchici, attraverso l’organizzazione informale.

Come si vede l’argomento ha caratteristiche metodologiche abbastanza difficili, richiede quindi la disponibilità di alcuni concetti, spesso travisati a causa del loro significato comune non sempre coerente con il significato che assumono nel contesto di una teoria organizzativa insurrezionalista, e richiede principalmente un poco di attenzione critica, che ci si liberi cioè dei preconcetti che a volte ci limitano la vista senza che ce ne accorgiamo.

Questa introduzione, nelle pagine che seguono, sarà più schematica su questi concetti, il testo sarà più articolato ma forse più difficile da seguire se non ci si impadronirà prima di questi concetti chiave.

Un gruppo anarchico può essere costituito anche fra perfetti sconosciuti. Mi è capitato spesso di entrare nella sede di gruppi anarchici, in Italia e in altri paesi, e di non conoscere quasi nessuno. La sola presenza in un dato posto, l’atteggiamento, il modo di parlare e di porsi, la discussione, le dichiarazioni personali più o meno impregnate delle scelte ideologiche di fondo dell’anarchismo più ortodosso, fanno in modo che un anarchico, in breve tempo, si senta a suo agio comunicando con i compagni presenti nel migliore dei modi e con reciproca soddisfazione.

Non è mia intenzione parlare qui del modo in cui si può organizzare un gruppo anarchico. I modi sono tanti e ognuno sceglie come meglio crede i propri compagni. Ma c’è un modo particolare di costituire un gruppo anarchico, ed è quello che tiene conto prima di ogni altra cosa, ma non esclusivamente, questo è ovvio, dell’affinità reale o presunta fra tutti i partecipanti. Ora, questa affinità è un bene che non si trova in nessuna dichiarazione di principio, in nessun programma a priori, in nessuna partecipazione alle lotte specifiche, in nessuna attestazione di “militanza” per quanto indietro questa vada nel tempo. L’affinità è un bene che si conquista attraverso la conoscenza reciproca. Ecco perché ci sono casi in cui si presume di essere affini con qualcuno per scoprire poi di non esserlo affatto, e viceversa. Un gruppo di affinità è pertanto un crogiolo in cui maturano e si cementano le relazioni di affinità.

Ma, poiché la perfezione è faccenda degli angeli e non degli esseri umani, anche l’affinità va presa in considerazione con acume intellettivo e non accettata stupidamente come il toccasana per tutte le nostre debolezze. Io posso scoprire di essere affine con qualcuno solo se nei riguardi di questo qualcuno io stesso mi metto a rischio, cioè mi svelo, tolgo tutti gli infingimenti che di solito mi proteggono come una seconda pelle, più dura e coriacea di quella fisica. E questo svelamento mio non può avvenire solo con le chiacchiere, raccontandomi, in attesa di registrare le chiacchiere dell’altro, ma deve avvenire nelle cose da fare assieme, nell’azione. Ci sono piccoli segnali che nel fare spesso non controlliamo, che sono molto più significativi delle parole che nel dire controlliamo meglio. Ed è dall’insieme di questi reciproci scambi che si sviluppano le condizioni necessarie alla reciproca conoscenza.

Se l’intera attività del gruppo è diretta non al fare per il fare, allo scopo di crescere quantitativamente, allo scopo di diventare cento mentre ieri si era solo in dieci, se questo calcolo numerico resta in secondo piano, mentre lo scopo essenziale diventa e permane quello qualitativo di sentire gli altri compagni, di avvertirli uniti e partecipi della propria tensione verso l’azione, del proprio desiderio di trasformare il mondo, se ciò accade, siamo in presenza di un gruppo di affinità. In caso contrario, la ricerca dell’affinità è, ancora una volta, la ricerca di una spalla su cui appoggiarsi per versare le lacrime di cui tutti sentiamo l’urgenza.

La formazione di un gruppo di affinità non è quindi una faccenda legata esclusivamente a discussioni teoriche, ma essenzialmente si riversa nell’attività pratica del gruppo, nelle scelte che compie per intervenire nella realtà, nelle lotte sociali, perché è attraverso queste scelte, e queste lotte, che ogni singolo partecipante può approfondire la conoscenza con tutti gli altri compagni, e qui, in questo processo molteplice e complesso, inserire anche l’approfondimento teorico.

L’affinità, se da un lato è quindi conoscenza reciproca, dall’altro, è conoscenza nell’azione, nella pratica, nella realizzazione delle proprie idee. Lo sguardo indietro che consento ai miei compagni riguardo quello che sono, viene così riassorbito nello sguardo in avanti che tutti insieme, io e loro, gettiamo nel futuro quando costruiamo insieme un progetto, cioè decidiamo di intervenire nella realtà delle lotte e vediamo di capire come e in quale direzione possiamo intervenire. I due momenti, quello indietro, consistente nel momento della conoscenza diciamo individuale, e quello in avanti, quello progettuale, consistente nella conoscenza diciamo di gruppo, si saldano insieme e costituiscono l’affinità del gruppo stesso, permettendo che quest’ultimo venga considerato a tutti gli effetti un “gruppo di affinità”.

La condizione così ottenuta non è un bene fissato una volta per tutte. Si muove, si sviluppa e regredisce, si modifica nel corso delle lotte e, all’interno delle lotte, prende alimento per modificarsi teoricamente e praticamente. Non c’è nessuna monoliticità, nessuna decisione di vertice, nessuna fede su cui giurare, nessun decalogo su cui fare affidamento nei momenti di dubbio e di paura. Tutto va discusso all’interno del gruppo e nel corso delle lotte, tutto va riconsiderato di sana pianta, anche quando sembra che ci siano dei punti fermi garantiti per sempre.

L’elaborazione di un progetto di intervento resta patrimonio comune del gruppo di affinità in quanto è proprio questa la sede più adatta per lo studio e l’approfondimento delle condizioni in cui si decide di operare. Così, apparentemente, il gruppo di affinità, confrontato con il gruppo aderente ad una organizzazione di sintesi, ha una visione più ridotta delle proprie possibilità di intervento. Ma l’ampiezza degli interessi di una struttura anarchica di sintesi è solo apparente. Infatti, nell’ambito dell’organizzazione di sintesi il gruppo riceve un indirizzo nel momento congressuale e, pur restando libero di interessarsi a tutti i problemi che caratterizzano una società divisa in classi, in sostanza, opera nell’indirizzo del dettato congressuale. In più, essendo legato dai principi programmatici accettati una volta per tutte, è lontano dal potere decidere diversamente, e non potendolo fare non lo fa, e non facendolo finisce per adeguarsi ai limiti rigidi fissati congressualmente dall’organizzazione, i quali per condizione necessaria e inevitabile prevedono prima di tutto la salvaguardia dell’organizzazione stessa, cioè “disturbare” il potere meno possibile per evitare di essere “messi al bando”. Tutti questi limiti il gruppo di affinità li evita, alcuni facilmente, altri solo col coraggio delle decisioni dei compagni che vi fanno parte. Ciò non toglie che anche questo tipo di struttura non può dare coraggio ai compagni che non lo posseggono in proprio, non può suggerire decisioni di attacco se non c’è l’animo del ribelle in ognuno di loro, non può agire se tutti decidono di pensare solo alle chiacchiere pomeridiane.

Approfonditi i problemi della realtà, trovati i documenti indispensabili, formulate le analisi, il gruppo di affinità decide di prendere l’iniziativa. Ecco una delle caratteristiche fondamentali di questo tipo di struttura anarchica. Non aspetta l’arrivo dei problemi come un ragno in mezzo alla sua tela, se li va a cercare, li sollecita verso una soluzione che, una volta prospettata, deve ovviamente essere accettata dalla realtà di esclusi che subisce direttamente le conseguenze negative del problema. Ma per fare una proposta progettuale ad un contesto sociale che soffre un particolare attacco del potere, uno specifico attacco circoscritto, individuabile in una o più fonti repressive e in un dato territorio, occorre essere fisicamente presenti in mezzo agli esclusi, in quel territorio, e avere una conoscenza approfondita dei problemi che caratterizzano il fatto repressivo in corso.

Così il gruppo di affinità finisce per indirizzarsi sempre verso un intervento localizzato, affrontando insieme alla gente un problema specifico, creando tutte quelle condizioni, psicologiche e pratiche, individuali e collettive, di approfondimento teorico e disponibilità di mezzi, perché quel problema venga affrontato con le caratteristiche di metodo che sono quelle dell’insurrezionalismo: autorganizzazione, conflittualità permanente, attacco.

Non sempre un singolo gruppo di affinità ha la capacità pratica e teorica di pervenire ad un intervento del genere. Spesso, almeno a quello che le esperienze (poche e spesso controverse) hanno mostrato, il livello del problema, la complessità dell’intervento, la vastità del territorio, la gradualità dei mezzi da impiegare nel diffondere il modello progettuale suggerito in collaborazione con le idee e i bisogni della gente del posto, rendono necessaria l’unione di forze più ampie. Ecco quindi la necessità di mantenere contatti costanti con altri gruppi di affinità, allo scopo di prevedere un intervento più ampio, per adeguare il numero dei compagni, la disponibilità dei mezzi e la chiarezza delle idee alla complessità e alla dimensione del problema da affrontare.

Nasce così l’organizzazione informale.

Più gruppi anarchici di affinità si uniscono insieme dando vita ad un’organizzazione informale, la quale ha come scopo il problema che rendeva inadeguato l’intervento di un singolo gruppo di affinità. Naturalmente tutti i gruppi partecipanti all’organizzazione informale devono condividere l’intervento nelle sue grandi linee, per poi partecipare sia alle azioni pratiche che alle elaborazioni teoriche.

Nella pratica accade spesso che gruppi di affinità abbiano rapporti informali fra di loro i quali a lungo andare finiscono per diventare costanti, cioè per solidificarsi in riunioni periodiche, preparatorie di lotte specifiche o – ancora meglio – incontri fatti proprio nel corso di alcune lotte. Ciò rende più facile la circolazione delle informazioni riguardo i singoli interventi in corso, i progetti in elaborazione, le sollecitazioni che arrivano da qualche parte del mondo degli esclusi.

Il “funzionamento” di un’organizzazione informale è semplicissimo. Non ci sono nomi che la contraddistinguono in quanto non ci sono scopi di crescita quantitativa. Non ci sono strutture fisse (a parte i singoli gruppi di affinità, ognuno dei quali fa il proprio lavoro del tutto autonomamente), il termine “informale” in caso contrario non avrebbe più senso. Non ci sono momenti “costitutivi”, non ci sono congressi ma semplici riunioni periodiche (di preferenza da realizzarsi nel corso stesso delle lotte), non ci sono programmi, ma soltanto il comune patrimonio delle lotte insurrezionali e della metodologia che le contraddistingue: l’autorganizzazione, la conflittualità permanente, l’attacco.

In positivo, lo scopo dell’organizzazione informale è quello che viene ad essa conferito dai singoli gruppi di affinità che la costituiscono. Di regola, nelle poche esperienze fatte, si tratta di un problema specifico, poniamo la distruzione della base missilistica di Comiso nel biennio 1982-1983, ma potrebbe trattarsi anche di una serie di interventi, per cui l’organizzazione informale si articola in modo da fornire una possibilità di intervento ai singoli gruppi nelle differenti situazioni, ad esempio alternandosi negli impegni quando si tratta di essere presenti a lungo in un dato posto (a Comiso, i gruppi presenti restarono sul posto per ben due anni). Un altro scopo potrebbe essere quello di mettere a disposizione mezzi, analitici e pratici, di ricerca ma anche di sostegno finanziario, che il singolo gruppo potrebbe non possedere.

Sempre in positivo la funzione primaria dell’organizzazione informale è quella di consentire la conoscenza dei vari gruppi di affinità e dei compagni che li compongono. Si tratta, se ben si riflette, di un diverso grado di ricerca dell’affinità. Questa volta, nei limiti assegnati dall’obiettivo da raggiungere, la ricerca dell’affinità, intensificata dalla parte del progetto, ma non escludente l’approfondimento della singola conoscenza individuale, avviene a livello di più gruppi. Se ne deduce che anche l’organizzazione informale è una struttura di affinità, essendo basata infatti sull’insieme dei gruppi di affinità che la costituiscono.

Queste considerazioni, che in maniera più o meno articolata facciamo ormai da quasi quindici anni, avrebbero dovuto per tempo fare capire a tutti i compagni interessati la natura dell’organizzazione informale. Non sembra che le cose stiano così. Il più serio degli equivoci deriva, a mio avviso, dal desiderio – latente in alcuni di noi – di mostrare i muscoli, di darsi una struttura organizzativa forte, perché non ci sarebbe altro mezzo per combattere un potere, a sua volta, muscoloso e forte. La prima caratteristica di una struttura forte, secondo questi compagni (in modo più o meno chiaro) dovrebbe essere specifica e robusta, stabile nel tempo e ben visibile, allo scopo di costituire quasi un faro nella nebbia delle lotte degli esclusi, un faro, una guida, un punto di riferimento. Ahinoi! Non siamo di questo avviso. Tutta l’analisi economica e sociale del capitalismo postindustriale fa capire come di una struttura del genere, forte e visibile a occhio nudo, il potere farebbe un boccone solo. La scomparsa di una centralità di classe (almeno di quello che in passato era stato scambiato per centralità) rende impraticabile un attacco condotto da strutture rigide, ben visibili e forti nelle proprie articolazioni. Nel caso in cui queste strutture non venissero distrutte al primo impatto, sarebbero di certo cooptate nell’ambito del potere con compiti di recupero e di riciclaggio degli elementi più irriducibili. Ma su questo punto rimandiamo alla lettura dei testi qui presentati, di certo molto più convincenti.

Fin quando il gruppo di affinità resta chiuso al suo interno, insieme di compagni che si danno delle regole e le rispettano, e nel restare chiuso qui intendo non solo il non uscire dalla propria sede, limitandosi alle solite discussioni fra iniziati ai lavori, ma anche il rispondere con dichiarazioni e documenti opportuni alle varie scadenze repressive proposte dal potere, fin quando le cose restano a questo livello, la struttura di affinità differisce da qualsiasi altro gruppo anarchico solo negli aspetti apparenti, nelle parole, nelle scelte “politiche”, nel modo di interpretare le differenti risposte da dare alle pretese del potere di regolare la nostra vita, la vita di tutti gli esclusi.

Il senso profondo, lo scopo essenziale del suo essere una struttura “diversa”, basata cioè su scelte organizzative differenti da tutti gli altri gruppi anarchici, appunto l’affinità, viene ad essere effettivamente operante solo nell’impostazione di un progetto di lotta specifico. E l’elemento caratterizzante questo progetto, al di là delle parole o delle motivazioni che lo rendono più o meno approfondito analiticamente ed efficace praticamente, è dato dalla presenza degli esclusi, cioè della gente, insomma delle masse, più o meno numericamente consistenti, che subiscono gli effetti repressivi da parte del potere contro cui quel progetto s’indirizza ricorrendo all’impiego del metodo insurrezionalista.

La partecipazione delle masse è quindi l’elemento fondante del progetto insurrezionale e, partendo quest’ultimo dalla condizione di affinità dei singoli gruppi anarchici che vi partecipano, è anche elemento fondante di questa affinità stessa, la quale resterebbe povera camaraderie d’élite se circoscritta alla reciproca ricerca di una più approfondita conoscenza personale fra compagni.

Sarebbe però un controsenso pensare di fare diventare anarchica la gente suggerendo di entrare nei nostri gruppi allo scopo di affrontare la lotta in modo anarchico. Sarebbe non solo un controsenso, ma una orribile forzatura ideologica e sconvolgerebbe tutto il significato dei gruppi d’affinità e della eventuale organizzazione informale nata per affrontare l’attacco repressivo che in un certo momento, in un dato territorio, una parte più o meno consistente degli esclusi subisce da parte del potere.

Dovendosi però creare delle strutture organizzative capaci di raggruppare gli esclusi in modo da cominciare gli attacchi contro la repressione, ecco la necessità di dare vita ai nuclei autonomi di base, che ovviamente possono prendere qualsiasi altro nome che indichi il concetto di autorganizzazione.

Eccoci quindi al punto centrale del progetto insurrezionale: la costituzione dei nuclei autonomi di base (per comodità accettiamo qui questo termine).

La loro caratteristica essenziale, visibile e comprensibile immediatamente, è che vi fanno parte anarchici e non anarchici.

Ma sono altri i punti di più difficile comprensione, e che nelle pochissime occasioni di sperimentazione pratica si sono rivelati fonte di non pochi equivoci. Primo fra tutti il loro essere strutture di tipo quantitativo. Se essi sono strutture di questo tipo, e di fatto lo sono, si deve chiarire che hanno una caratteristica particolare. Sono veri e propri punti di riferimento, non luoghi fissi dove la gente si conta e quindi dove occorre mettere in atto tutte quelle procedure che rendono possibile la persistenza aggregativa nel tempo (tesseramento, versamento di una quota partecipativa, fornitura di servizi, ecc.). Poiché i nuclei autonomi di base hanno soltanto lo scopo della lotta essi funzionano come un vero e proprio polmone nella sua funzione respiratoria, si ingrossano nel momento in cui la lotta si intensifica e si riducono quando la lotta si affievolisce per tornare a ingrossarsi al momento del prossimo scontro. Nei punti morti, fra un impegno e l’altro – e qui per impegno s’intende qualsiasi momento di lotta, anche la distribuzione di un semplice volantino, la partecipazione ad un comizio, ma anche l’occupazione di uno stabile o il sabotaggio di uno strumento del potere – il nucleo rimane come riferimento zonale, come segno di una presenza organizzativa informale.

Pensare possibile una crescita quantitativa stabile dei nuclei autonomi di base significa trasformarli in organismi parasindacali, cioè qualcosa di simile ai Cobas, che difendono i diritti dei lavoratori dei diversi settori produttivi, proponendosi un ampio raggio di interventi difensivi e rivendicativi a favore dei propri rappresentati, con la conseguenza che più alto è il numero delle deleghe, più forte è la voce dell’organismo che propone la rivendicazione. Il nucleo autonomo di base non ha nulla di tutto questo. Non propone una lotta rivendicativa col metodo delle richieste e della delega, non propone una protesta su obiettivi generici che possono andare dalla difesa del posto di lavoro, all’aumento del salario, alla tutela della salute nelle fabbriche, ecc. Il nucleo di base nasce e muore col suo unico obiettivo individuato al momento di dare inizio alla lotta, obiettivo che in se stesso può anche avere natura rivendicativa, ma non viene cercato col metodo rappresentativo della delega, bensì col metodo diretto della lotta immediata, dell’attacco permanente e senza preavviso, del rifiuto di qualsiasi forza politica che pretende rappresentare qualcuno o qualcosa.

Gli aderenti ai nuclei di base non possono quindi legittimamente aspettarsi un sostegno plurimo, coprente una fascia ampia dei loro bisogni, devono capire che non si tratta di un sostegno parasindacale, ma di uno strumento di lotta contro un obiettivo preciso e che resta valido, come strumento, solo se mantiene inalterata la decisione iniziale di fare ricorso soltanto ai metodi di lotta insurrezionali di cui si è detto. La partecipazione ai nuclei è quindi assolutamente spontanea non potendo essere sollecitata, o consigliata, da benefici qual si voglia che non siano quelli specifici ed esclusivi di una maggiore forza e organizzazione nel raggiungimento dell’obiettivo di attacco che, tutti insieme, ci si era prefisso. È quindi più che logico aspettarsi che questi organismi non raggiungeranno mai una composizione quantitativa elevata e tanto meno stabile. Quando ci si prepara alla lotta sono sempre pochi coloro che vedono l’obiettivo da raggiungere, lo condividono e, in più, sono disposti a mettersi a rischio. Quando la lotta inizia, e si hanno i primi risultati, anche i tentennanti e i deboli sono invogliati a partecipare, ed ecco che il nucleo s’ingrossa, per vedere poi la sparizione di questi partecipanti dell’ultima ora, fatto di per sé del tutto fisiologico che non deve impressionare negativamente, o avallare un giudizio negativo su questo strumento specifico di organizzazione di massa.

Altro punto di incerta comprensione è la limitata vita del nucleo autonomo di base, limitata al raggiungimento (o all’accordo comune su di una impossibilità di raggiungimento) dell’obiettivo prefissato. Molti si chiedono: se i nuclei funzionano “anche” come punti di raggruppamento, perché non lasciarli in vita per un altro possibile utilizzo futuro, diverso da quello in atto? La risposta è ancora una volta legata al concetto di “informalità”. Ogni struttura che persiste nel tempo al di là dello scopo che l’ha vista nascere, se per sua condizione essenziale di esistenza aveva quello scopo e non una generica difesa ad ampio raggio di coloro che vi partecipano, si rattrappisce prima o poi in una struttura stabile che capovolge lo scopo iniziale in quello nuovo, e apparentemente legittimo, di una crescita quantitativa, di un irrobustimento per meglio raggiungere una molteplicità di scopi, tutti ugualmente interessanti, che non mancheranno di presentarsi all’orizzonte nebuloso degli esclusi. Parallelamente al radicarsi della struttura informale in una sua nuova forma stabile, si troveranno gli individui adatti che gestiranno questa struttura, sempre quelli, i più capaci, con maggiore tempo a disposizione, insomma, prima o poi il cerchio si chiuderà attorno ad una struttura, sedicente rivoluzionaria e anche anarchica, la quale avrà però scoperto così il suo vero e unico scopo: la propria sopravvivenza. Anche la forma più rarefatta di potere, quale è appunto quella che stiamo vedendo formarsi nella “stabilità” di una struttura organizzativa, sia pure anarchica e rivoluzionaria, attira moltissimo, naturalmente tutti compagni in buona fede, tutti desiderosi di fare il bene del popolo, e di questo passo, ecc. ecc.

Un ultimo elemento organizzativo, che a volte può rendersi indispensabile, è il “coordinamento dei nuclei autonomi di base”. Questa struttura, avente le medesime caratteristiche di informalità, è costituita da alcuni rappresentanti dei nuclei di base e quasi sempre è indispensabile che venga dotata di mezzi adeguati allo scopo da raggiungere. Se i singoli nuclei, data la loro funzione di “polmone” possono avere una informalità anche riguardo l’assenza di una sede, di un luogo dove riunirsi, in quanto il nucleo può mettersi d’accordo per ritrovarsi direttamente in piazza, ciò non può accadere per il coordinamento, che necessita di un locale aperto ufficialmente che, nel caso di una lotta che si protrae nel tempo, per mesi o per anni, e che coinvolge un territorio abbastanza ampio, per quanto circoscritta dalla specificità del problema che ha generato il progetto, diventa il luogo in cui si coordinano le diverse attività dei nuclei di base.

La presenza dei gruppi di affinità non è direttamente visibile nel coordinamento, e lo stesso può dirsi per quello che riguarda l’organizzazione informale. Naturalmente tutti i compagni anarchici impegnati nella lotta sono presenti nei diversi nuclei di base, ma quasi sempre qui non è certo il luogo migliore per la propaganda anarchica intesa in senso classico. Quello che all’interno del coordinamento, e dei singoli nuclei, va fatto, prima di ogni altra cosa, è un chiarimento analitico del problema di fondo, dello scopo che si vuole raggiunge, poi un approfondimento dei mezzi insurrezionali da impiegare nella lotta. Il compito dei compagni si concretizza nella partecipazione al progetto e nell’approfondimento, insieme a tutti gli interessati, dei mezzi da utilizzare, dei metodi da impiegare. Pur se la cosa sembra semplice nella presente schematizzazione, nella pratica si rivela molto complicata.

La funzione del “coordinamento dei nuclei autonomi di base” è quindi quella del raccordo delle lotte. Qui si suggerisce solo un problema (estremamente indigesto per gli anarchici, ma molto semplice per chi non è anarchico): la necessità nel caso di un attacco di massa contro strutture del potere, di distribuire i singoli compiti prima dell’attacco stesso, cioè di mettersi d’accordo, nei minimi dettagli, su quello che bisogna fare. Molti immaginano queste occasioni di lotta come la festa della spontaneità: l’obiettivo è lì davanti a tutti, basta andare, sbaragliare le forze che lo presidiano, distruggerlo. Metto qui la cosa in questi termini, anche se so che molti vi vedranno cento sfumature diverse, ma la sostanza non cambia. In questi casi, o tutti i partecipanti hanno in mente, in modo preciso, cosa fare, trattandosi di una lotta che bene o male si svolgerà in un territorio e avrà di fronte una resistenza armata da superare, oppure se soltanto alcuni sanno cosa fare e il resto no, la confusione che ne verrà fuori sarà la stessa, se non peggio, del caso in cui nessuno sappia cosa fare.

Occorre quindi un piano. Ci sono stati casi in cui occorreva un piano militare armato anche per distribuire un volantino (ad esempio, nel corso dell’insurrezione di Reggio Calabria). Ma questo piano può veramente essere messo a disposizione di tutti, sia pure qualche giorno prima dell’attacco? Io penso di no. Ci sono delle ragioni di cautela che dicono di no. Per un altro verso, i dettagli del piano di attacco devono essere messi a disposizione di tutti i partecipanti. Se ne ricava che non tutti possono partecipare, ma solo coloro che risultano in qualche modo conosciuti, sia per la loro appartenenza ai nuclei autonomi di base, sia per la loro appartenenza ai gruppi di affinità che tramite l’organizzazione informale si sono trovati a fare parte del coordinamento. Ciò allo scopo di evitare quelle infiltrazioni da parte degli organi di polizia e dei servizi segreti che in questi casi sono più che probabili. Le persone non conosciute dovrebbero essere garantite da altre conosciute. Il fatto può essere spiacevole, ma non è evitabile.

Il problema si complica quando il progetto in corso, sia pure nelle sue grandi linee, è a conoscenza di molti compagni, i quali possono essere interessati a partecipare a una di queste azioni di attacco di cui stiamo discutendo. In questo caso, l’afflusso potrebbe essere considerevole (nel caso di Comiso, nei giorni del tentativo di occupazione, si arrivò ad una presenza di circa trecento compagni provenienti da tutta l’Italia e anche dall’estero) e la necessità di evitare la presenza di infiltrati molto più grave. I compagni arrivati all’ultimo momento potrebbero così trovarsi estranei all’organizzazione in atto dell’azione e non riuscire a capire cosa succede. Allo stesso modo, finiscono per trovarsi di fatto estranei, tutti coloro che decidono di non accettare la verifica di cui sopra.

E adesso due domande conclusive:

Perché consideriamo la metodologia e il progetto insurrezionali come i mezzi più adeguati allo scontro rivoluzionario oggi?

Che cosa ci aspettiamo possa derivare dall’impiego di mezzi insurrezionali in una situazione che non è quella dell’insurrezione in atto?

Per quel che riguarda la prima domanda, l’analisi della formazione sociale ed economica oggi fa capire come questi mezzi siano i più idonei, rendendo o impossibile, o utile solo alla ristrutturazione del dominio, ogni lotta condotta a partire da strutture di sintesi che riproducono, nel piccolo come nel grande, tutti i difetti delle forme partitiche del passato. La più gran parte di questo libro cerca di approfondire questo problema.

Alla seconda domanda si può rispondere dicendo che non si conoscono quali sono le condizioni a priori che permettono lo sviluppo di una insurrezione. Qualsiasi occasione potrebbe essere quella buona, anche se si tratta di un piccolo esperimento apparentemente trascurabile. Ma c’è di più, sviluppare un progetto di lotta insurrezionale, svilupparlo a partire da un problema specifico, che sta operando in profondità come fatto repressivo a danno di masse considerevoli di esclusi, non è un semplice “esperimento”, è insurrezione in corso, senza con questo volere ingigantire quello che piccolo inizia e quasi certamente piccolo finisce per restare. Ciò che conta è il metodo, e gli anarchici, in questa direzione, hanno ancora molta strada da percorrere, altrimenti non si troverebbero impreparati di fronte agli appuntamenti con le tante insurrezioni di tutto un popolo che si sono verificate e si continuano a verificare.

In fondo questo libro è un contributo al grande problema del “Che fare?”.

Catania, 21 novembre 1998

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